Vulcanico uomo partenopeo

Anthea Principe

Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo

Il Teatro Nuovo di Napoli apre la stagione con l’oratorio di e con Mimmo Borrelli, Napucalisse. Da mercoledì 11 novembrefino a domenica 15. Con il suo stile carico e viscerale l’autore flegreo trasporta lo spettatore nel cuore della città di Napoli, declamandola in versi nelle bellezze e nelle bruttezze e questa volta sceglie il Vesuvio, un Pulcinella e un camorrista per affermare le sue riflessioni. Musicato da lui stesso, in collaborazione con il polistrumentista Antonello Della Ragione, che esegue le musiche dal vivo, il testo parla dell’amata e odiata Montagna, creatrice di vita ed esecutrice di giustizia, quella spietata che Dio stesso non può concepire poiché, inevitabilmente, coinvolge anche gli innocenti. Il Vesuvio è “doppio” e, secondo un’antica leggenda locale, la sua “terrificazione” è Lucifero, l’angelo cacciato da Dio e sprofondato sulla terra.

 

Il Vesuvio – afferma Mimmo Borrelli – è un vulcano dormiente, che sogna nel pericolo costante, ma destinato periodicamente svegliarsi. Dorme e veglia, prepara la veglia, prepara le casse di un funerale già programmato in tutti particolari, ma con l’ipocrisia della fertilità, della bellezza apparente della superficie dei paesaggi dell’abbondanza. Il Vesuvio è il doppio, come in teatro la sua visione è moltiplicata dai vettori sensoriali di chi lo interpreta e da chi lo ascolta. Il Vesuvio quando dorme accumula, accumula collera, violenza, indignazione, esplosione di morte che rinasce nella fertilità della terra e della vita. Il Vesuvio è il vulcano di Napoli. Il Vesuvio è Napoli”.

Dinanzi ad una minimale scenografia, Mimmo Borrelli, a petto e piedi nudi, traccia e dà vita ad una sorprendente comunanza tra il vulcano e l’uomo napoletano. Anche quest’ultimo si rivela creatore generoso e partecipe, ma, al tempo stesso, portatore di un’incredibile capacità autolesionista e distruttiva.

Poi, il Vesuvio, massa di suoni nella sua incandescente polimorfia, continua a eruttare, avanzando nel canto e gettando a terra una lava di piaghe e di magnificenze partenopee.

 

Napoli

È una citta tanto violenta,

ossimorica di eccessi latente

nella contraddizione di un popolo sempre vinto

poiché diviso dal coraggio e dall’istinto

tanto infame quanto incredibilmente fraterna.

Tanto ed egoista nella fortuna,

quanto solidale e generosa nella sciagura

della già infame tragedia.

Poiché la sconfitta ci accomuna

Perché siamo na chiorma di zingari

che da nomade a stanziato e fermo

Recita la parte di un popolo sopraffatto.

Recitiamo il riso per coprire il magone.

Recitiamo il dolore per esorcizzarne gli effetti.

Ci lamentiamo mentre ce scannamme

’nta na guerra ’i muorte ’i famma

senza sape’ né il movente né ’a cundanne

Senza più futuro senza manco ’a famme

Per avere la sensazione almeno pe’ nu secondo

Di non essere dei poveracci, ma dei figli ’i ntrocchia

Di essere gente deritta e maje falluta

Di non essere uccisi ammazzati, ma assassini

Di non essere dei fessi, ma furbi,

fottere ’u prossimo pure pe’ ciento lire

e ’u pataterno ’a rentiera mentre rire.

A Napoli è sempre meglio farcela con un sotterfugio

quando t’ingegni e trovi il pertugio

della fregatura allora solo sei rispettato,

quando faje ’u furbo cu ’i ghiuoche ’i prestiggie

che con dignità e onesta rettitudine

pure si quanne sulo quanne muore te diceno

era fesso ma onesto e nu brav’ommo.

 

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