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What is War: due corpi, una memoria che appartiene a tutti

Andrea Di Maso

Che cos’è davvero la guerra? È la domanda che attraversa “What is War”, uno degli spettacoli più intensi della Biennale Danza 2026, trasformando il palcoscenico del Teatro Piccolo Arsenale in uno spazio di memoria, testimonianza e denuncia. Non c’è una narrazione lineare, ma un dialogo continuo tra due donne che portano in scena non solo il proprio corpo, ma la propria storia.

LO SPETTACOLO

Sono le stesse autrici e interpreti dell’opera: la coreografa cinese Wen Hui, cresciuta durante la Rivoluzione culturale, e la danzatrice giapponese Eiko Otake, figlia del Giappone del dopoguerra. Due biografie che si sfiorano e si scontrano, accomunate dalle ferite lasciate dalla Seconda guerra mondiale e dal peso di una memoria che continua ad attraversare le generazioni.
La loro ricerca prende le mosse dalla tragedia delle “donne di conforto”, le migliaia di donne ridotte in schiavitù sessuale dall’esercito giapponese durante il conflitto. Da questo punto di partenza, però, lo spettacolo amplia lo sguardo e riflette sulla violenza della guerra in tutte le sue forme, su ciò che resta quando le armi tacciono: il trauma, il silenzio, il senso di colpa, i ricordi tramandati all’interno delle famiglie.

LA SCENA

L’impianto scenico è essenziale ma estremamente evocativo. Luci e ombre si alternano a proiezioni video, mentre le due artiste declamano testimonianze e ricordi personali. Raccontano i loro familiari, le sofferenze vissute, la paura, le violenze e le perdite. Le parole si intrecciano con il movimento in una danza che non cerca mai l’estetica fine a sé stessa, ma diventa gesto politico e umano.

IL FINALE

Il momento più potente arriva nel finale. Wen Hui ed Eiko Otake si spogliano completamente dei loro abiti, liberandosi di ogni protezione e di ogni identità imposta. Con un grosso pennarello tracciano ideogrammi sul corpo l’una dell’altra, trasformando la pelle in una pagina di memoria condivisa. Poi la performer giapponese si cosparge il corpo di terra, evocando insieme il peso della storia, la morte e il legame indissolubile con la terra che custodisce le vittime.
Infine, le due donne scendono tra il pubblico. La loro nudità non ha nulla di provocatorio: è vulnerabilità assoluta. I corpi segnati dall’inchiostro e dalla terra diventano il manifesto di un’umanità ferita che cerca lo sguardo degli spettatori. A quel punto non esiste più una distanza tra scena e platea. La guerra entra fisicamente nello spazio di chi osserva.
“What is War” non offre risposte semplici. Ricorda invece che la guerra non appartiene soltanto ai libri di storia o ai luoghi lontani. Le sue conseguenze attraversano i corpi, le famiglie e la memoria collettiva. In un presente ancora segnato da conflitti e violenze, lo spettacolo lancia un messaggio limpido: la guerra riguarda tutti, perché ogni vita umana è fragile e ogni ferita, prima o poi, ci raggiunge.
Foto di Andrea Avezzù

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