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“Una relazione per un’Accademia” di Kafka

Diletta Capissi

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Una relazione per un’Accademia” è una trasposizione teatrale del testo scritto da Franz Kafka nel 1917 e riproposto da Luca Marinelli che firma il debutto della sua prima regia. Lo spettacolo è andato in scena al Teatro India di Roma nell’interpretazione di Fabian Jung e presentato in prima assoluta nell’edizione 2023 del Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Il racconto è provocatorio perché l’attore entra in scena al ritmo della canzone “tu vuo’ fa l’americano” di Renato Carosone e inizia a vestirsi parlando di una scimmia catturata in Costa d’Avorio che per sopravvivere capisce che deve imitare gli umani senza farsi troppe illusioni. Infatti solo se diventerà un clone dell’Uomo potrà sopravvivere. Più che una consapevolezza dunque, una necessità.

Jung è convincente nel tratteggiare la progressiva, acquisita, dimensione “umana” della scimmia che era e che pian piano non è più. La regia di Marinelli è scarna, a tinte nette, essenziale.

Il punto di fondo che Kafka vuole rappresentare – e che la messa in scena del regista, protagonista della tanto discussa quanto acclamata serie su Mussolini, squaderna – è la perdita della libertà come dimensione obbligata per la sopravvivenza. Un tema che da sempre è scandagliato dagli artisti e che, nel passaggio storico che viviamo, si gonfia di significati dolorosi e attualissimi. Basta pensare al conflitto che dilania l’Ucraina e che ha riportato dopo settant’anni la guerra in Europa.

Oppure alla tremenda condizione in cui versano Gaza e i palestinesi dopo i colpi inflitti dai terroristi di Hamas ad Israele.

Fabian Jung (foto di Anna Faragona)

PARLANDO DI LIBERTA’

Tremendo nella sua lucidità e, appunto, contemporaneità è il passaggio in cui la scimmia-uomo compita davanti ai signori dell’Accademia la sua condizione di rinuncia al bene supremo della libertà. “Parlando di libertà, gli uomini si ingannano un po’ troppo spesso. E come la libertà va annoverata fra i sentimenti più sublimi, così anche il corrispondente inganno è dei più sublimi… Non era la libertà che volevo. Solo una via d’uscita. A destra, a sinistra era lo stesso. Non avevo altre pretese, la via d’uscita poteva anche essere un inganno: la pretesa era piccola, l’inganno non poteva essere più grande”.

LA METAFORA DI KAFKA

La metafora di Kafka è lancinante: non è privare della libertà l’abominio più grande che un essere umano può subire, quanto lo spossessamento della speranza di poter mai più arrivare ad essere libero. L’acquiescenza alla schiavitù e la sottomissione alla volontà altrui sono il frutto della perdita di ogni anelito alla libertà.

Era la condizione degli ebrei nei campi dì concentramento, e nel racconto di Kafka, benché scritto più di vent’anni prima dell’Olocausto, fa capolino la tragedia della Shoah.

LA SCIMMIA, AVATAR DELL’UOMO

Il monologo di Jung si sciorina tutto d’un fiato, sgorga dall’animo della scimmia ora avatar dell’uomo e rende assai bene la nuova condizione in cui esso è inesorabilmente imprigionato. Senza possibilità di fuga, né fisica né intellettiva. “Cosa avrei guadagnato fuggendo? Appena messa fuori la testa mi avrebbero subito ripreso e rinchiuso in una gabbia ancora peggiore”. La realtà è che la scimmia “pensa con la pancia”: usare la testa provocherebbe ancora più dolore.

Fabian Jung (foto di Anna Faragona)

La scelta di Marinelli di mettere in scena il racconto kafkiano si inquadra assai bene nella sua personalità. Nella voglia di misurarsi con i grandi temi che riguardano l’esistenza umana e la condizione in cui versa.

Al dunque un’ora di monologo coinvolgente, che lascia in bocca un retrogusto di inquietudine.

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