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Caso Bibbiano: cade l’impianto accusatorio

Angela Matassa

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Assolta: il fatto non sussiste”. Dopo sei anni, cade l’impianto accusatorio sul caso Bibbiano. Ascoltiamo quella che è stata l’accusata principale della terribile vicenda di “Angeli e demoni”, Fadia Bassmaji. «Ora si torni a parlare di affido con verità, dignità, rispetto e amore», dice la mamma affidataria.

Con l’assoluzione emessa mercoledì 9 luglio 2025 dal tribunale di Reggio Emilia, perché il fatto non sussiste, è finita la gogna mediatica. Finalmente scagionata. Che cosa prova adesso?

“Oggi finisce un incubo durato sei anni in cui tutta l’Italia è stata imbrogliata da un’unica intercettazione su 3000, della mia ex moglie e affidataria con me. Tagliata e corredata da una narrazione inventata, che nulla c’entra con i 3 anni e 20 giorni di affido vissuti. Per spaventare e montare l’odio omofobo che si è scagliato su di noi in una terribile gogna mediatica. Che ha allontanato tutti e ci ha impedito di continuare le nostre relazioni e professioni, insinuandosi nella nostra vita e in quella dei nostri familiari. Ma anche nella vita di quella bambina e della sua famiglia che si è immaginata una realtà che non è mai esistita”.

Il racconto dei fatti creata dall’accusa e diffusa in tutt’Italia non esiste, dunque?

“A Bibbiano non c’erano lesbiche che rubavano bambini alle famiglie naturali per distruggere la famiglia tradizionale italiana per poi maltrattarli, in combutta con assistenti sociali e terapeuti. C’era invece professionalità, cura per chi è fragile e amore”.

Si può chiudere, perciò, un capitolo triste della storia italiana, che ha fatto credere a tutto il Paese che famiglie affidatarie e famiglie di origine siano nemiche.

“Finalmente, sì, perché non è così. L’istituto dell’affido è uno dei più nobili servizi civili che aiutano lo Stato a concretizzare il diritto dei bambini e delle bambine a vivere al sicuro e amati. Anche quando le loro famiglie sono in difficoltà. E per fortuna non riconosce discriminazioni di orientamento sessuale, religioso e status sociale. Mette al centro i bambini, non gli adulti”.

Ci parli della scelta di essere una mamma, seppure temporaneamente, secondo legge. E dell’esperienza vissuta.

“Abbiamo accolto e amato una bimba, abbiamo trasformato la nostra vita affinché fosse a sua misura. Abbiamo rinforzato in Lei il coraggio di rinascere nonostante le difficoltà vissute. E poi l’abbiamo vista rifiorire verso una vita adulta sana e amorevole.

Abbiamo fatto il nostro dovere di cittadine attive e impegnate. Abbiamo avuto il privilegio di scoprire, grazie a Lei, l’amore incondizionato di chi sceglie di essere “un genitore momentaneo”, “un genitore in più”, a sostegno di un nucleo familiare in difficoltà”.

Quell’intercettazione ampiamente diffusa, l’arma dell’accusa, non era l’unica. Che cosa sarebbe venuto fuori dalle altre?

“Nessuno, in sei anni, ha detto che in tutte le altre intercettazioni emerge un rapporto di cura straordinario e attento, molto difficile e burrascoso. E che anche quell’unica famosa intercettazione era amputata del finale, avvenuto fuori dall’auto. Finale che ci auspichiamo sia riservato, ora, anche a noi, a quella bimba e a tutto il mondo dell’affido familiare: “Ti chiedo scusa”.

Perché stare accanto a bambini traumatizzati è difficile, spaventoso e disperante. Ma quando hai accanto una comunità educante come quella che era stata costruita in Val d’Enza, chiedere scusa diventa una medicina. Ripara, cura e semina”.

Fadia Bassmaji

A chi è grata, oggi?

“Ringrazio di cuore i miei avvocati Andrea Stefani, Valentina Oleari Cappuccio con Martina Catellani e Benedetta Gazzini, la mia consulente, psicoterapeuta Samantha Miazzi con Anna Maso, i miei cari, chi è rimasto e mi ha sostenuto. Sono grata a quella bambina, ora grande, che anche nell’assenza mi ha dato la forza e il coraggio di salvare me stessa per essere d’esempio”.

E adesso che farà?

“Con questa sentenza giusta, possiamo cominciare a ricostruire cerchi di umani e umane. Che senza discriminazioni, etichette, proprietà e cognomi, si prendono per mano e, insieme, ripongono al centro quei bambini che sono il futuro della nostra società.

Ora, potrò rimettere accanto alla professione di counselor, anche la mia storica esperienza di regista teatrale, formatrice e project manager. Tornerò a dirigere convegni intensi come quelli realizzati a Bibbiano. E attendo di riabbracciare quella bimba a cui è stato negato ingiustamente un luogo pieno di calore e umanità.
Certamente, nessuno potrà restituirci questi sei anni di relazione ma nonostante tutti i tentativi fatti per separarci, quell’amore è più forte, paziente e accogliente di prima.

Voglio ricordare a chi vuole continuare a dividere, separare e sciacallare, usando i bambini come bandiera, che amore e verità vincono e vinceranno sempre. Chi sceglie di prendersi cura della fragilità non deve essere più ferito dallo Stato e mai più lasciato solo dalla comunità”.

 

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