Un testo antico per temi attuali. “L’Empireo”, in scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 9 novembre 2025, è tratto dal testo The Welkin di Lucy Kirkwood. Diretto dalla regista Serena Sinigaglia, lo spettacolo è interpretato da quattordici attori, di cui tredici donne.

La scena è tutta nera, come i costumi. Al centro sono sistemate le sedie su cui siederanno le dodici protagoniste, scelte come giurate al processo contro Genny, accusata dell’omicidio di una bambina e condannata al capestro. Siamo nell’Inghilterra rurale del 1759. Le matrone, guidate da Elisabeth, la levatrice del quartiere, dovranno decidere se salvarla dalla morte, perché incinta.
LA DISCORDIA TRA LE GIURATE
E qui comincia la storia vera e propria, fra ipotesi, osservazioni, pareri discordanti. Come scoprire se la donna aspetta un bambino? È ai primi mesi e non si vede ancora. Ma iniziano anche ad emergere i rancori, le bugie, le ipocrisie di ciascuna giurata.
Non basterà nemmeno il colostro, spruzzato in un bicchiere con gran dolore dell’imputata, a convincere le più restie al perdono. Pronte a vendicarsi delle malefatte della criminale a proprio carico.
Anche Elisabeth, che coordina il gruppo, ed è venuta per tentare di salvare la vita a Genny, ha un segreto. Si scoprirà molto dopo che l’ha partorita e poi venduta ad altri.

UN ORATORIO LUTTUOSO
Insomma, un oratorio luttuoso che mette in luce le ipocrisie, gli asti, l’incapacità all’empatia. L’Empireo è un testo corale, interessante per la forte attualità delle tematiche, legate al mondo femminile, alla maternità, alla giustizia, alle questioni di genere. Ma anche alla crudeltà sempre più diffusa ai nostri giorni. Ai sentimenti violenti che colgono l’opportunità per vendette e recriminazioni personali.
Una bella occasione, resa, però, vana, a causa della lunghezza del testo e della mancanza di azione, necessaria sempre ad una buona messinscena, che avvinca e incolli alla poltrona.
Comunque, eccezionale il cast. Diciannove personaggi di cui diciassette femminili per quattordici interpreti, perfettamente in parte e che a tratti hanno “musicato” un lungo lamento, cantando a cappella come un’unica voce.
