Lo spettacolo “Il fu Mattia Pascal” prende le mosse dal romanzo di Luigi Pirandello, ma viene proposto in una versione teatrale condensata, essenziale e contemporanea al teatro Toniolo di Mestre il 6 dicembre 2025 con Giorgio Marchesi.
LA STORIA
Mattia Pascal vive a Miragno una vita grigia, infelice: un matrimonio senza amore, una condizione economica precaria, legami familiari opprimenti.
Un giorno, una vincita al casinò e l’inatteso ritrovamento di un cadavere scambiato per il suo, gli offre una possibilità radicale: sparire, reinventarsi, rinascere. Mattia abbraccia una nuova identità, quella di Adriano Meis, deciso a ricostruirsi una vita libera dalle catene del passato.
Ma l’illusione di libertà svanisce presto. Senza documenti né legami legalmente riconosciuti, Meis scopre che la nuova vita non cancella il vuoto: non può prendere moglie, non può rivendicare diritti, non può costruire un futuro. Ogni tentativo di andare avanti si rivela vano.
Alla fine l’unica via appare quella di ritornare, ma ormai “fu Mattia Pascal”: un uomo che non è più né pienamente lui, né accolto dalla vecchia identità. La storia si chiude con l’amara consapevolezza che la fuga non basta.

I TEMI
Lo spettacolo porta in primo piano alcuni temi classici e universali di Pirandello.
La fuga di Mattia Pascal e la nascita di Adriano Meis interrogano la possibilità di «cancellarsi» e «ricostruirsi». Ma la trasformazione è fragile: senza un riconoscimento sociale e legale, l’identità è un guscio vuoto. Lo spettacolo mostra quanto sia difficile sfuggire a se stessi.
L’idea di ricominciare, liberarsi da una vita opprimente, è forte e seducente. Ma la rinascita si scontra con la realtà, con la società, le regole, l’impossibilità di non essere nessuno.
Cambiare identità non significa necessariamente trovare felicità o emancipazione e lo spettacolo lo evidenzia in modo chiaro e drammatico.
Trasportando la vicenda lungo il Novecento fino ai giorni nostri, Marchesi e la regia sottolineano come i temi del doppio, dell’alienazione e della crisi d’identità restino tragicamente attuali.
In un’epoca di profili, maschere sociali e identità costruite, reali o digitali, lo spettacolo diventa specchio moderno delle nostre inquietudini.

L’INTERPRETAZIONE DI GIORGIO MARCHESI
Giorgio Marchesi non è solo protagonista: è anche adattatore e co-regista, insieme a Simonetta Solder.
Fin dall’inizio emerge un teatro di narrazione: Marchesi si muove in scena con piglio da affabulatore, direttamente dal pubblico, in un’atmosfera quasi da recital.
La narrazione è sostenuta dalle musiche suonate dal vivo da Raffaele Toninelli, che con contrabbasso ed elettronica contribuisce a trasportare la vicenda in un tempo moderno, fatto di ritmo, fluidità e commistione tra parola, musica, recitazione.
Marchesi alterna registri: a fasi narrative calme si affiancano momenti di forte energia, perfino di rap o danza, quando Mattia diventa Adriano Meis in un esperimento di metamorfosi scenica che sottolinea i conflitti interiori del protagonista.
Il risultato è una performance intensa: l’attore dimostra versatilità, presenza scenica, la capacità di incarnare un uomo che cambia pelle, che si perde e cerca di ritrovarsi.
Alcuni momenti sono particolarmente riusciti: il pubblico percepisce la distanza tra “prima” e “dopo”, tra la vita che si lascia e la speranza di una nuova esistenza. Nel finale, la resa drammatica della perdita e dell’incompiutezza colpisce.

UN CLASSICO CHE DIVENTA CONTEMPORANEO
Con “Il fu Mattia Pascal”, Marchesi e compagni regalano a un classico di inizio Novecento una veste teatrale nuova, vivace, accessibile. Non c’è l’ombra di una ricostruzione polverosa: c’è invece il desiderio di far vibrare il testo, di farlo parlare all’uomo di oggi.
La vicenda di Mattia Pascal suona ancora attuale. Temi come identità, libertà personale, crisi interiore, diventano universali: ognuno può riconoscersi, interrogarsi, mettersi in discussione.
E Giorgio Marchesi offre un’interpretazione capace di coniugare rispetto per l’opera originale e coraggio nell’innovare. Fantasia, musica, emozione: lo spettacolo diventa un ponte tra passato e presente, tra parola e vita.
In un tempo in cui le identità si costruiscono e disfano ogni giorno, “Il fu Mattia Pascal” ricorda che spesso, per trovare se stessi, o per provarci, bisogna avere il coraggio di perdersi.
