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Gianni De Feo si trasforma in Aznavour

Angela Matassa

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Attore, regista, cantante, mimo. Ha lavorato in tutto il mondo. Gianni De Feo torna a Napoli il 13 e 14 dicembre 2025 al Nuovo Teatro Sancarluccio con “La fine del mondo”. Uno spettacolo-concerto per Charles Aznavour. Su testi di Roberto Russo e la sua regia.

Gianni De Feo in scena

De Feo, il sodalizio con Russo si consolida. Che cosa vi unisce?

“Ci lega la scrittura folle. Non è mai banale come autore, non è ovvio o scontato. Scava i personaggi con un’ottica delirante, li tratteggia con un linguaggio variegato. Mescola parole, passa dall’italiano allo spagnolo al årancese perfino al latino. Non c’è lentezza nella narrazione e non si perde mai il ritmo. E’ come una corsa verso un finale sorprendente, al quale arrivo con la fantasia, ci metto del mio e lui mi fa entrare nel gioco”.

Ricordiamo lo spettacolo Grido d’amore-Edith Piaf, poi, ha messo insieme l’irruente Jaques Brel ed il nostalgico Sergio Endrigo. Adesso Aznavour. Come sceglie i suoi protagonisti?

“Non seguo un metodo ma la mia ispirazione. Non racconto biografie ma l’animo dei personaggi. Solo per la Piaf ho fatto un’eccezione. Era una donna avventurosa e forte e mi piaceva molto. “La fine del mondo” è dedicato a un cantore dell’amore: questo mi intriga e mi affascina. Per la regia ho immaginato due piani distinti: il salottino intimo e realistico, il guscio, dove Monsieur Equilibre si rifugia fuori dalla scena. Ma viene messo in discussione dal cantante con il mondo delle canzoni e della musica. E qui l’atmosfera è astratta e onirica. Attraverso i personaggi, li scavo nell’intimo e allargo il mio sguardo, cercando di scavalcare la quarta parete e creare empatia con il pubblico. Come mi ha insegnato Lindsey Kemp. E come sosteneva Martha Graham. Creo, in fondo, figure nazional-popolari, in cui lo spettatore può riconoscersi.

Recita, canta, danza. Ma ama anche il travestitismo. Che cosa significa per lei fare teatro?

“E’ lo stesso gioco che facevo da bambino, quando ho cominciato a recitare a scuola. Con il tempo ne ho fatto un mestiere, ho studiato, ho approfondito, ma il senso è lo stesso, è quello dell’infanzia. Così, entra in gioco anche il travestimento. Che non vuol dire scimmiottare la donna, ma è scavare intimamente, è il femminile interpretato da un uomo. Anzi, così, scopro di me un aspetto più virile”.

Ha lavorato con Roberto de Simone, Lindsay Kemp e altri maestri. Con quale regista le piacerebbe confrontarsi oggi?

“Peter Stein. Mi piacciono alcuni lavori di Antonio Latella, di Roberto Latini. Emma Dante per il confronto con il corpo”.

Impegni futuri?

“Sto lavorando con Marco Buzzi Maresca a un progetto su Baudelaire alla scoperta della poesia attraverso un colto clochard. Si svolge tutto sul Lungotevere ed è un modo per mettere a confronto l’Ottocento con la contemporaneità. Interpreterò versi in italiano e in francese”.

 

 

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