Leonardo Lidi torna a Tennessee Williams e affonda le mani nell’animo umano. Lo fa con “La gatta sul tetto che scotta” al teatro del Monaco di Treviso il 13 dicembre 2025.
Un dramma che brucia. Una famiglia come microscopio sociale. Un presepe vivente, dove ognuno recita una parte che non ha scelto. Una casa ricca. Un compleanno. Un segreto che divora tutto.
La gatta sul tetto che scotta – una scena
LA TRAMA
La trama è nota, ma qui vibra di nuova tensione. I Pollitt si riuniscono nella grande tenuta del Sud degli Stati Uniti. Si festeggia Big Daddy. Patriarca autoritario. Uomo di potere. Non sa di essere malato terminale. Attorno a lui, l’attesa dell’eredità. L’avidità di Gooper e Mae. La fragilità di Brick. Il desiderio ostinato di Margaret, detta Maggie. Moglie innamorata. Donna esclusa. Costretta a restare in equilibrio, come una gatta su un tetto rovente.
Brick beve. Si sottrae. Rifiuta il corpo e la verità. Il suicidio di Skipper, amico amato e mai nominato, pesa come una colpa senza assoluzione. Maggie combatte. Non vuole cadere. Non vuole tornare povera. Arriva alla menzogna estrema. Una gravidanza inventata. Un’illusione che diventa strategia di sopravvivenza. Il finale resta sospeso. Tra desiderio e finzione. Tra carne e silenzio.
La gatta sul tetto che scotta – una scena
LA REGIA
La regia di Lidi è asciutta, lucida e spietata. La scena è minimalista. Marmo ovunque. Freddo. Nobile. Inospitale. Uno specchio-porta mobile attraversa lo spazio, riflette, divide, deforma. È confine e confessionale. Le bottiglie entrano in scena a decine, si accumulano e invadono. Diventano paesaggio emotivo. Segno visivo dell’alcol e della fuga. Le luci scolpiscono i corpi. Il suono accompagna le crepe.
I TEMI
I temi sono quelli eterni di Williams. La menzogna come collante sociale. La famiglia come campo di battaglia. Il desiderio negato. L’omosessualità rimossa. Il denaro come veleno. La paura della verità. Lidi li orchestra senza retorica con ritmo e con crudeltà controllata.
La gatta sul tetto che scotta – una scena
GLI ATTORI
Le interpretazioni sono intense. Valentina Picello è una Maggie febbrile. Tesa. Mai vittima. Fausto Cabra disegna un Brick chiuso, spezzato, ostinatamente muto. Nicola Pannelli è un Big Daddy imponente e vulnerabile. Orietta Notari tratteggia una madre accecata dalla convenzione. Giuliana Vigogna e Giordano Agrusta incarnano l’ipocrisia famelica. Il cast lavora per sottrazione. Nessuna sbavatura.
Ne esce un dramma vivo. Necessario. Che parla di ieri e di oggi. E chiede allo spettatore una cosa sola, guardare dietro la maschera, anche quando scotta.