di Vera Bassmaji – Roma
Giacomo Luci è un danzatore professionista e coreografo italiano, formatosi all’Accademia Nazionale di Danza. Noto per la sua carriera internazionale iniziata a soli 16 anni, presso il Kazakhstan National Ballet. Attualmente, opera come artista freelance nelle compagnie più importanti del mondo e nel cinema.
Luci, come inizia la sua strada nella danza. Cosa l’ha ispirata a continuare?
“La mia strada con la danza inizia nella relazione con mia madre, non tanto per una sua spinta ma perché avevo 5,6 anni quando ho iniziato a danzare e quella è la fase fusionale con la madre. Ho iniziato con il Jazz e poi a 8 anni ho scoperto un po’ per caso la danza classica e ciò che mi ha colpito era la grande esigenza e la costante richiesta di superarsi. Una volta entrato in accademia ho realizzato il mio sogno di essere un danzatore classico solista. Nonostante oggi lo sia, non mi sento veramente un danzatore. Sono arrivato al successo ma quando mi ci sono completamente identificato mi sono senti stretto. A me interessa l’esplorazione, per me la danza è la forma d’arte più vera, più vicina all’indicibile e a quello che della vita non si può dire e di cui va fatta semplicemente esperienza”.

Per lei che cosa vuol dire danzare?
“Danzare è un’esperienza di soglia, a cavallo tra il mondo dell’indicibile e il mondo del dicibile. Come un precipizio a cui ci affacciamo per scoprire l’ignoto. E’ un’istanza del Sé e rappresenta tutto ciò che il corpo può e il suo divenire continuo. E’ qualcosa che ha a che fare con l’antropologia, con la psicologia, con la magia”.
Quali sono le esperienze più significative che ha fatto?
“Dal punto di vista artistico, a 22 anni all’opera di Roma ho interpretato Albrecht, principe di Giselle, nella versione di Patricia Ruanne, la prima Giulietta di Rudolf Nureyev, ed è stata un’esperienza molto vicino al mistico, i consigli, i segreti del mestiere soprattutto sul gesto.
Che cosa le disse Patricia Ruanne?
Mi disse “la danza viene dal sesso” e lo intendeva in senso spirituale: “E’ l’energia vitale che stai muovendo!”, lo compresi così. William Forsythe è senza dubbio il coreografo che mi ha segnato di più. Quello che la danza classica permette è il poter addentrarsi in regni fantastici e se lavori in senso radicale, come piace fare a me, puoi vivere incontri profondi e sogni lucidi. I coreografi possono attraversare mondi proprio come fanno gli sciamani”.
Che cosa l’ha spinta a spostarsi dalla compagnia alla professione indipendente?
“Ho lasciato l’opera di Lione perché sentivo di aver assorbito tutto il repertorio desiderabile per me ed ero pronto ad aprirmi al mondo, desideravo lavorare con i coreografi di oggi portando la danza in altri luoghi. Ho un grande desiderio di creazione e avevo necessità di più tempo per dedicarmi alla ricerca su cosa io ho da dire di questa forma d’arte”.
C’è una ricerca personale e spirituale dentro le sue creazioni?
Sono interessato alla relazione fra danza e linguaggio, mi sono avvicinato allo studio della semiotica, della semantica, Umberto Eco, Roland Barthes, all’aspetto psicanalitico e antropologico del linguaggio. “Come si inserisce l’arte coreografica nella società oggi?” questa è la domanda che mi spinge e va di pari passo con la mia pratica spirituale. Ciò che accomuna queste parti è l’interesse nella fenomenologia del corpo. La mia creazione artistica non è mai separata dalla mia crescita spirituale. I segni della vita sono legati tra loro e la danza mi permette di farli abitare con l’esperienza del Sacro.
Che cosa direbbe a un bambino ai suoi primi passi nell’arte coreutica?
Se ti senti vivo ed entusiasta lo stai facendo bene, il resto si impara.
Dove possiamo vederla attualmente in scena?
“A marzo sono Romeo nel Romeo e Giulietta di Benjamin Millepied in scena a New York e in Francia. In Italia sarò a settembre con un’altra produzione di Benjamin Millepied dal nome Summerland”.
(Foto di copertina di Mariano Barrientos)
