Al Teatro La Fenice di Venezia è tornato in scena “Lohengrin” di Richard Wagner, uno dei titoli più suggestivi del repertorio romantico, presentato nella stagione lirica 2025-2026 in un nuovo allestimento affidato alla regia di Damiano Michieletto. L’opera, ponte tra la prima produzione wagneriana e i grandi drammi musicali della maturità, si distingue per l’ampiezza del respiro narrativo e per una scrittura orchestrale capace di evocare atmosfere sospese tra storia e mito.
Lohengrin – una scena
LA TRAMA
La vicenda si svolge nel Brabante, dove Elsa è accusata di aver fatto sparire il fratello. Quando ogni speranza sembra perduta, giunge un misterioso cavaliere trainato da un cigno: è Lohengrin, pronto a difendere la giovane a condizione che lei non gli chieda mai la sua identità. Dopo aver sconfitto l’accusatore Telramund, Lohengrin sposa Elsa, ma le trame oscure di Ortrud insinuano il dubbio. L’ossessione di conoscere la verità cresce fino a infrangere il divieto: Elsa pone la domanda fatale e Lohengrin, rivelata la propria origine legata al Santo Graal, è costretto ad abbandonarla. Il finale unisce redenzione e perdita, lasciando un senso di malinconica inevitabilità.
I TEMI
Al centro dell’opera si intrecciano fede, identità e desiderio di conoscenza. Wagner costruisce un conflitto tra fiducia assoluta e bisogno umano di comprendere, rendendo Elsa una figura tragica proprio nella sua fragilità. Lohengrin incarna invece un ideale superiore, quasi disumano nella sua purezza. L’opera riflette anche sul rapporto tra individuo e comunità: il popolo, compatto e spesso manipolabile, diventa parte attiva del dramma. Il tema del sacro attraversa tutta la partitura, non come elemento dogmatico ma come tensione verso qualcosa di irraggiungibile.
Lohengrin – una scena
LA REGIA DI MICHIELETTO
Michieletto affronta per la prima volta Wagner scegliendo una via essenziale. Evita scenografie sovraccariche e privilegia uno spazio che mette in risalto i personaggi e i loro conflitti interiori. L’ambientazione non è storica ma astratta: costumi contemporanei, linee pulite e colori uniformi creano un senso di collettività chiusa, quasi rigida. In questo contesto, il regista sottolinea l’umanità dei protagonisti più che la dimensione epica, pur mantenendo immagini di forte impatto simbolico. Il risultato è una lettura che avvicina il mito allo spettatore di oggi, senza rinunciare alla dimensione visionaria.
SCENOGRAFIA, TECNOLOGIA E SIMBOLI
Le scene, firmate da Paolo Fantin, dialogano con un impianto tecnologico discreto ma incisivo: luci scolpite e movimenti scenici precisi costruiscono ambienti mutevoli senza ricorrere a cambi complessi. Lo spazio appare spesso come una superficie neutra, quasi mentale, che si trasforma grazie al light design e a pochi elementi fortemente evocativi. Tra questi spicca, nel secondo atto, la discesa di numerose uova dal soffitto: un’immagine straniante che interrompe la linearità del racconto. Le uova, simbolo ambivalente, possono suggerire nascita e potenzialità ma anche fragilità e manipolazione, riflettendo il destino di Elsa e la tensione tra innocenza e corruzione. Questo segno visivo, insieme ad altri dettagli minimali, contribuisce a creare un universo sospeso, dove il reale e l’onirico si sovrappongono.
Lohengrin – una scena
GLI INTERPRETI
Il ruolo del protagonista è affidato a Brian Jagde, al debutto come Lohengrin, mentre Elsa ha la voce di Dorothea Herbert, capace di restituire la purezza e l’inquietudine del personaggio. Chiara Mogini interpreta Ortrud con intensità drammatica, affiancata da Claudio Otelli nei panni di Telramund. Completa il cast Andrea Silvestrelli come re Heinrich.
Sul podio, Markus Stenz guida Orchestra e Coro della Fenice valorizzando la continuità del discorso musicale e la ricchezza timbrica della partitura. La sua lettura evidenzia il carattere “cantabile” dell’opera, dove il suono si sviluppa in un flusso ininterrotto, sostenendo la dimensione quasi ipnotica del racconto.
In questo nuovo allestimento veneziano, “Lohengrin” emerge come un dramma senza tempo, capace di parlare ancora oggi delle fragilità umane e del mistero che accompagna ogni ricerca di verità.