Annamaria Russo porta in scena, per la prima volta a teatro, la storia di una donna che, tra vergogna e rivincita, trasforma la colpa in libertà Al Teatro da lei diretto Il Pozzo e il Pendolo di Napoli sarà rappresentato “Buttana, Buttanissima” di Giorgio D’Amato, per la prima volta a teatro, da sabato 7 alle ore 21 (in replica domenica 8 marzo 2026). In scena Marianita Carfora, Federica Totaro e Viviana Curcio, accompagnate al violoncello da Ludovica Maria Buzzanca.
L’idea nasce in Sicilia, una terra che non dorme mai, fatta di sguardi dietro le persiane, di parole sussurrate che diventano sentenze, di morale che si trasforma in legge non scritta. Lo spettacolo
affonda nelle viscere della coscienza collettiva e racconta la storia di una donna che attraversa il fango per restare integra. Non una peccatrice, ma una creatura ferita che sceglie consapevolmente di farsi colpa per reclamare giustizia.
IL PLOT
Protagonista di questa tragedia contemporanea è una moglie, poi vedova, che, per vendicare l’uomo che amava, decide di imboccare la strada proibita: diventare buttana, anzi buttanissima.
Un gesto estremo, scandaloso, che non nasce dalla disperazione ma da una lucidissima volontà di rovesciare i codici morali imposti. Il suo corpo diventa strumento, arma, rito. La vergogna si fa forza, la colpa si trasforma in atto politico, ma la sua voce non è sola.

Attorno a lei si muove un coro, un impasto di voci femminili e collettive che incarnano il paese, la comunità, la coscienza sociale. “Come in una tragedia greca, – spiega la regista – il popolo osserva, giudica, commenta. Non ascolta, parla. Non comprende, condanna.
Questo coro è città e tribunale, è piazza e chiesa profana. È la lingua ruvida di una Sicilia che tutto vede e tutto inghiotte. Il palco si trasforma in cerchio rituale, piazza pubblica e spazio interiore. La musica accompagna ogni gesto e amplifica la tensione emotiva, trasformando la scena in una partitura di carne e suono.
Perché, in fondo, la vera domanda non è chi sia la “buttana”. Perché la vera provocazione non è la scelta della protagonista, ma il nostro modo di guardarla”.
