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Chiara Stoppa: “Guardiamoci dentro”

Redazione

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di Vera Bassmaji – Roma

Attrice, scrittrice e drammaturga, diplomata al Piccolo Teatro di Milano e socia della compagnia ATIR, Chiara Stoppa, dopo aver superato un linfoma, ha trasformato la sua esperienza in un toccante spettacolo teatrale e nell’omonimo libro “Il ritratto della salute (alla faccia del cancro)”. La sua attività unisce la recitazione a un forte impegno sociale e personale, portando sul palco storie di vita profonde.

Signora Stoppa “Il ritratto della salute”, rappresentato ad ottobre 2025 al Teatro Tor Bella Monaca di Roma, è nato anni fa, in un momento particolare della sua vita. Che cosa l’ha portata a mettere in scena una parte della sua biografia?

“Quando avevo 26 anni ho affrontato un’avventura troppo grande per una ragazza così giovane, una malattia che doveva durare sei mesi e in realtà è durata più di tre anni. Mentre affrontavo il tumore mi sono sentita molto sola, perché mi sembrava di essere l’unica ragazza a soffrirne. In ospedale non incontravo altri giovani e quando sono guarita in maniera un po’ miracolosa, mi sono ritrovata spesso a parlarne con persone malate.

Chiara Stoppa in scena 

Il tumore è legato alla morte e avevo bisogno di un’altra narrazione. Ho raccontato la mia storia tantissime volte e poi ho pensato che faccio l’attrice, cioè una persona che racconta una storia e quindi ho proposto a Mattia Fabris, mio coautore, di scrivere un testo, imparare a memoria la mia storia e così è nato Il ritratto della salute”.

Quale prospettiva, dunque, vuole offrire allo spettatore?
“L’idea è che attraverso il mio racconto si possa sentire se qualcosa si muove dentro. Se partono pensieri nuovi, un’energia nuova per affrontare la situazione a modo proprio. Certo, il tumore può portare alla morte, ma il focus dovrebbe essere puntato sulla causa della malattia. Su che cosa sta succedendo nel corpo, all’anima, alla mente. Non si tratta di vincere o perdere una battaglia, semplicemente ognuno di noi fa la propria strada”.

Ricorda una cosa che uno spettatore le ha detto e che le ha fatto fare un click?

“I click sono molteplici. Dopo una replica una giovane dottoressa che mi aveva avuto anche in cura mi abbracciò, pianse e mi disse: ora ho capito tutto. Federica, una ragazza di quarant’anni di Genova, due anni fa mi cercò sui social e parlammo. Mi disse che voleva vedere lo spettacolo ma stava male: potevamo riprenderlo a Genova. Dopo un anno lei organizzò la replica e il teatro era pieno. Aveva ancora un percorso clinico davanti, ma il fatto che abbia riconosciuto la sua guarigione nelle nostre telefonate mi ha fatto sentire che quello che sto facendo ha senso. Adesso ogni volta che vado in scena auguro a tutti una buona guarigione”.

C’è stato un momento in questi anni in cui si è scoraggiata?
“Poche volte e solo quando mi è successo di incontrare persone che mi hanno accusata di parlare male della medicina e di non portare rispetto per i medici. In realtà la platea si immedesima. I bambini si concentrano sul rapporto con la madre, gli adolescenti molto sul rapporto con il diritto di scelta. Chi ha avuto una malattia o sta accanto a una persona malata si concentra sul rapporto medico-paziente. Ma ogni spettatore ci trova del suo”.

La messinscena ha fatto oltre 200 date, che cosa ha contribuito a tale continuità?

“Lo spettacolo al momento ha all’attivo 212 repliche tra teatro, case private, biblioteche, università. La cosa molto buffa è che io non l’ho mai venduto. C’è sempre qualcuno in sala che dopo averlo visto mi chiede un contatto da cui si genera una nuova replica. Uno dei poteri di questo lavoro è la semplicità. Sono in scena da sola con un tavolino. Si basa tutto sulla relazione tra me e lo spettatore”.

Spesso il suo pubblico è fatto di ragazzi, cosa vede in loro?

“Con gli adolescenti mi concentro sul far emergere il diritto di scelta perché così decideranno il proprio futuro”.

Qual è il ruolo del teatro per la crescita della società?

“Secondo me il teatro è l’arte suprema. ‘’arte in generale dovrebbe muovere le coscienze e far divertire, ma il teatro può avere una potenza più grande perché un quadro o una musica vengono creati in solitudine e poi mostrati al pubblico. Il teatro esiste solo se spettatore e artista sono nello stesso luogo, il pubblico plasma l’opera d’arte con il proprio respiro, con applausi, risate e lacrime e la vede farsi carne”.

I suoi progetti futuri? 

“Sto cercando da anni un terzo capitolo, dopo Il ritratto della salute e Aldilà di tutto, dove affronto la morte di una ragazza giovane, nel prossimo spettacolo mi piacerebbe affrontare la morte dei bambini, perché è un tabù molto complesso. Ma intanto quest’anno sarò in scena con una pièce della compagnia Carrozzeria Orfeo: Misurare il salto delle rane. Sono spesso coinvolta nelle produzioni della Compagnia Atir, al momento con lo spettacolo Empireo con la regia di Serena Sinigaglia e nella mia vita si intrecciano anche i progetti di insegnamento alle persone con disabilità, che mi dà gioia e senso”.

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