Cinema a mano armata: il poliziottesco

Alberto Tuzzi

Con il “poliziottesco” iniziamo una rubrica dedicata al cosiddetto “cinema di genere” italiano,

con produzioni spesso realizzate con budget ridottissimi,

con grande successo di pubblico ma un po’ meno di critica.

Alla scarsezza di mezzi si sopperiva con la creatività

e la fantasia dei registi e delle maestranze, sempre di altissimo livello.

LE ORIGINI

Nei primi anni ’70, il “monopolio” del cinema di genere italiano passa dal “western”, in crisi definitiva, con il pubblico ormai stanco di storie ripetitive, al “poliziesco all’italiana” o “poliziottesco”, in cui i protagonisti sono poliziotti, detective e comuni cittadini impegnati in una spietata lotta contro il crimine, presentata in varie forme: assassini psicopatici, delinquenza organizzata, mafia, camorra, eversione politica.

Le origini del poliziottesco sono, solitamente, individuate in film come La banda Casaroli (1962) di F. Vancini, Omicidio per appuntamento (1967) di M. Guerrini, Roma come Chicago (1968), di A. De Martino e nelle due opere di C. Lizzani Svegliati e uccidi (1966), sul bandito Lutring, e Banditi a Milano (1968), sulla banda Cavallero.

Se non sono poliziotteschi i film Il commissario Pepe (1969) di E. Scola, che ricorre più ai toni della commedia, e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di E. Petri, che rientra nel filone del film politico, le origini codificate del genere forse possono essere attribuite a La polizia ringrazia (1972),

Locandina del film “La polizia ringrazia”

l’unico film firmato dal Steno col suo vero nome, Stefano Vanzina, e a Milano calibro 9 (1972) di F. Di Leo, due opere di gran lunga superiori alla media dei successivi prodotti del genere.

CARATTERISTICHE DEL GENERE – 1

Se violenza e morte, elementi predominanti nel western, per anni sono visti dal pubblico in una realtà mitizzata e distante, ora la loro prevalenza anche nel nuovo genere poliziottesco, riporta lo spettatore brutalmente a contatto con la “propria” realtà, sollecitandone un maggiore coinvolgimento emotivo e un diverso livello di giudizio.

L’aggettivo “violento”, già presente in moltissimi titoli del western all’italiana, ricorre anche in molti titoli del poliziottesco, come Roma violenta, Napoli violenta, Milano violenta che, uniti a decine di altri titoli come La polizia ha le mani legate e La polizia incrimina la legge assolve, aumenta artificiosamente la rappresentazione sugli schermi del senso di impotenza da parte dello stato e del cittadino di fronte al dilagare della criminalità, descrivendo la realtà quotidiana come un campo di battaglia in cui l’uomo comune è invitato a ricorrere all’autodifesa e a farsi giustizia da sé, inneggiando alla più spietata repressione e ponendosi, in modo acritico, dalla parte delle forze dell’ordine.

Il poliziottesco svela, in tal modo, molto sulla capacità del cinema di trasferire sullo schermo paure e ossessioni del cittadino medio, in un periodo di particolare crescita e trasformazione della società italiana degli anni ’70. Il successo commerciale del genere non è contraddistinto dalla volontà di produzioni e autori di migliorare standard espressivi e qualità del racconto ma, piuttosto, da un crescendo di trasgressione visiva che propone al pubblico sensazioni visive sempre più forti, elemento che caratterizza anche il contestuale boom del cinema sexy.

Inoltre, la recitazione lascia spesso a desiderare ed è quasi inesistente la definizione psicologica dei personaggi, mentre eventuali elementi di analisi sociologica o politica affondano nel qualunquismo più ovvio. I personaggi femminili sono il più delle volte di contorno o presentati in modo stereotipato: le donne sono quasi sempre fragili, impaurite o in balia degli eventi.

A differenza dei normali polizieschi, la trama non si sviluppa intorno alla “soluzione del caso” o alla caccia al colpevole ma si incentra principalmente sul ritmo e sulle scene d’azione, qualità in qualche modo ereditate dal western.

Fine parte prima (continua)

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