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Confiteor, l’abisso della psiche all’Elicantropo

Renato Aiello

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Confiteor
Il protagonista

Il Confiteor è la tradizionale preghiera di penitenza secondo il rito romano della Santa messa tridentina. La formula del messale latino, superato dal Concilio Vaticano II, sembra venire quasi da un altro mondo, al contrario invece del dolore e della sofferenza senza tempo dell’omonimo spettacolo di Giovanni Testori. Esso vide la luce nel lontano 1985, per poi andare in scena nel 1986 e, 39 anni dopo, questo testo trova un nuovo allestimento al teatro Elicantropo di Napoli, dal 27 al 30 marzo 2025 (lo presenta Enecedete).

LA DRAMMATURGIA DI CONFITEOR

Una drammaturgia sicuramente non facile da rappresentare e da proporre al pubblico che, se ignaro del suo contenuto al momento dell’ingresso in sala, non può uscirne senza essere stato colpito, per non dire proprio scioccato. C’è interazione tra il personaggio maschile e uno degli spettatori scelto a caso, oggetto di un insistente approccio che può tradursi in imbarazzo. La piece è estrema, fa male come un pugno allo stomaco e, se si spinge oltre il limite, lo fa solo in un’ottica meramente catartica.

DA UN CASO DI CRONACA

Il tragico fatto di cronaca cui si ispira, avvenuto a Busto Arsizio, giustifica la descrizione della natura montana da parte del figlio della donna, unici due interpreti sul palco, nel momento del racconto del fratricidio compiuto dal ragazzo. Sarebbe sbagliato ridurre ai soli due attori l’intera performance: anche chi guarda e assiste in poltrona diventa il terzo attore di questa triangolazione dolorosa, sofferta, dilaniante.

La coesistenza di due figli – di cui uno disabile – nella famiglia di questa madre dolente, interpretata dall’ottima Tiziana Risolo, rappresenta una prova esistenziale non indifferente. Ad appesantire l’atmosfera contribuisce anche la devozione religiosa materna, bersaglio continuo delle imprecazioni, al limite della bestemmia, del figlio problematico.

CONFITEOR, UN’OPERA CORAGGIOSA

Confiteor
Quasi una citazione della Pietà

L’opera, coraggiosa e difficilmente dimenticabile, insiste su varie corde tese: agli estremi ci sono buio e luce, verità e menzogna, parole e silenzi, vuoto e voce. Si parla davvero tanto e lo fanno sia la madre disperata che il ragazzo, esasperato dalla sua condizione.

Figlio di un dio minore che maledice il Creatore fin dalla nascita, il personaggio interpretato con forza da Giuseppe Calamunci Manitta è implacabile nelle invettive.

Colpisce la madre e gli spettatori come un martello, li osserva al pari di un animale ferito ma pronto a sbranare, sembra non conoscere soste e rispetto né per sé stesso, per il suo corpo, né per gli altri.

La confessione del peccato giunge con tutto il suo carico d’orrore ed è una sfida emotivamente notevole per chi assiste (la regia affilata è dell’attore e regista teatrale pugliese Alfredo Traversa).

SI ESCE DIVERSI DAL TEATRO

Non si esce dal teatro come si era prima: forse cambiati, traumatizzati, magari risvegliati, certamente diversi. E diverso non è solo il protagonista, disabile suo malgrado, o la genitrice che cerca inutilmente rifugio nella prece. Diversa è la scrittura di Confiteor da qualsiasi altra, rendendolo uno dei testi più significativi del teatro italiano degli ultimi decenni.

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