Drammaturgo, regista teatrale e scrittore. Nato nella città di Partenope, nel 2013 assume la direzione artistica del Nuovo Teatro Sanità, un teatro nel centro storico di Napoli ospitato in una chiesa settecentesca. Sarà in scena al Teatro Sannazaro di Napoli da oggi fino a domenica 23 febbraio 2025 con “Cuore puro – Favola nera per camorra e pallone” di Roberto Saviano, di cui cura la scrittura e la regia. Lui è Mario Gelardi, che si racconta a ENNETI – Notizie Teatrali.
Da stasera in scena con “Cuore puro – Favola nera per camorra e pallone” di Saviano, un testo di cui lei ha curato scrittura e regia.
“Questo è uno dei primi racconti di Roberto, poi riscritto, che da sempre mi sarebbe piaciuto portare a teatro perché si presta molto bene al mondo teatrale. L’occasione c’è stata quando qualche anno fa è stato ripubblicato. Ho approfittato subito per proporre l’idea a Roberto. Da stasera a domenica lo spettacolo, che io chiamo favola perché racconta la storia di bambini, una produzione Sardegna Teatro in coproduzione con Fondazione Luzzati Teatro della Tosse e Teatro Sannazaro, sarà in scena al Sannazzaro”.

Un sinergia, quella tra lei e Saviano, che va avanti da tempo.
“Esattamente, ormai da oltre 20 anni. Ci siamo conosciuti in un’occasione molto triste per la nostra città”.
Quale?
“Erano i funerali della bimba di nome Annalisa Durante a Forcella, vittima della camorra. In episodi come questi ti rendi conto del male, della delinquenza e della mentalità mafiosa che si radica in alcune persone. L’eredità più brutta per questa città”.
Lei ha detto che il suo teatro parte dall’esigenza, come individuo, di raccontare la sua terra e quello che lo circonda. E che fondamentale è stato l’incontro con Roberto Saviano. E’ questo il motivo?
“Uno dei vari. Roberto per me rappresenta gli occhiali attraverso cui riesco a vedere meglio e più a fuoco certe situazioni. Da qui l’esigenza di raccontarle. Questo è il nostro quarto spettacolo, anche se un po’ diverso dai primi tre”.
In cosa?
“Restituisce alla città di Napoli i suoi colori luminosi. I tre precedenti erano più cupi, raccontavano di altro”.
Una storia sullo sfondo del Vesuvio, ce la racconta?
“Si tratta della storia di tre ragazzini, assoldati della camorra come vedette. Il loro compito è giocare a calcetto in una piazza e avvisare quando arriva la polizia o qualcuno sospetto. Si racconta l’adolescenza di questi ragazzi costantemente divisi tra la passione per il calcio e i soldi facili della delinquenza. E’ una storia ambientata a Napoli, la storia di un talento e di come quel talento non sia sufficiente se nasci nel luogo sbagliato. E’ soprattutto un invito a seguire le proprie passioni, un no al guadagno semplice”.
Quindi cosa consiglierebbe ai giovani che vogliano intraprendere la carriera teatrale?
“Agli autori di essere preparati, di studiare. Di leggere, perché se non lo fai poi non sai scrivere. Agli attori napoletani, in una terra dove di concorrenza ce n’è tanta, di crederci e avere passione. E di avere coraggio”.
E anche un piano B?
“Il piano B ce l’hai se il teatro è una passione ma non un lavoro per te. Io non ce l’avevo, eppure ero figlio di un operaio e di una donna che non aveva potuto studiare. Di libri a casa mia non ce n’erano, eppure eccomi qui”.
Quindi con la passione e la perseveranza si può riuscire?
“Non è detto, perché non sempre sono sinonimo di talento. E’ una cosa di cui prendere atto”.
Progetti?
“Da marzo si riprende con il Teatro Sanità con “Do not disturb” presso Palazzo Caracciolo, il teatro che irrompe nella vita. Trovo affascinante portare il teatro fuori dalle scene”.
