E’ forse la pagina bianca di un libro oppure la tela di un quadro da riempire l’immenso rettangolo obliquo che domina l’ambiente nero. Unico elemento scenografico del Mein Kampf da Adolf Hitler di Stefano Massini, che ha debuttato al Teatro Bellini di Napoli, dove resterà fino al 27 aprile 2025.
Comincia con un prologo dalla platea, l’autore, interprete e regista della messinscena. Come premessa alla storia che andrà narrando. Senza mai nominare il protagonista. “Quella persona”, come lo definiva Churcill per non nominarlo. Quell’uomo, simbolo di crudeltà, ambizione, paranoia, che fu il dittatore, padre del nazismo.
Libro o tavolozza perché due sono infatti gli elementi utili a questi spazi ancora bianchi: il pennino che l’attore porta con sé per annotare, e quei colori sparsi che spesso cita durante il racconto.
E’ innominabile, dunque, Adolf Hitler nel monologo teatrale che Stefano Massini ha trasposto dal volume omonimo di cui è autore: una “biopsia”, la definisce, del folle tiranno.
Studiatolo per anni, Massini fa esprimere il furher con le sue stesse parole, puntando sul loro potere e sulle conseguenze che possono avere.
Il diffusissimo Mein Kampf di Hitler è la sua autobiografia, stampata un secolo fa. Testo proibito all’epoca e ripubblicato in Germania solo dal 2016. Da questo scritto e da centinaia di documenti e articoli originali, Massini trae libro e spettacolo.

IL MANTRA DI HITLER
Aveva il desiderio di cambiare il mondo quel giovane ambizioso. Aveva letto Marx e credeva in una rivoluzione che lo potesse fare. Ma credeva anche nella guerra come “strumento di selezione”. Indispensabile per la creazione della tanto agognata razza pura.
Massini, con la nota abilità di comunicatore e di interprete, veste i panni di quel piccolo uomo, pessimo disegnatore, ambizioso e borioso che ad ogni passo ripete “non voglio diventare un impiegato, non voglio diventare un impiegato”. Quasi un mantra per realizzare le proprie aspirazioni.
E’ solo sulla scena, Massini, ma non solo in realtà. Perché il gioco di luci di Manuel Frenda, le scene di Paolo Di Benedetto, i costumi di Micol Joanka Medda e gli ambienti sonori di Andrea Baggio diventano un unicum drammaturgico, che accompagnano l’attore, che si muove in lungo e in largo sulla scena. Sulla quale precipitano con grande fracasso le migliaia di libri dati alle fiamme, i vetri rotti e schegge di proiettili ed armi. Monologando e servendosi di un’eloquente gestualità, ma con l’intento di comunicare ad un pubblico attento e immobile, tutto l’orrore che un solo individuo, fallito artista, ma troppo sicuro di sé, è riuscito a perpetrare ai danni dell’umanità intera.
Con l’augurio, certo, che tutti si rifletta sul pericolo che incombe su di noi, oggi.
