“Ho vestito un mito” di Annamaria Morelli

Angela Matassa

La vita di un artista di teatro si divide tra immagine e realtà, così come si separa in due spazi il palcoscenico, – scrive Francesco Canessa nell’introduzione al volume – quello che accoglie la rappresentazione e il pubblico la vede perché la quarta parete non c’è. E l’altra buia e nascosta, chiusa tra mura vere e insignificanti, piena di quinte, di pedane, di attrezzi, di corde in ordinato disordine e di ansie, tante ansie: attori, musicisti, macchinisti, attrezzisti, ciascuno preoccupato per quel che fa o gli toccherà di fare. E’ il back stage, il retroscena rintracciabile anche nei fatti della vita, grazie a quei vasi comunicanti che legano il mondo vero a quello immaginario del Teatro”.

Parliamo di Ho vestito un mito di Annamaria Morelli.

Questo libro realizza un desiderio che coltivo da tanti anni: quello di raccontare il mio lavoro di costumista e scenografa, attraverso la rievocazione dei ricordi preziosi di una fase indimenticabile della mia carriera. Mi riferisco ai lunghi e intensi anni di lavoro trascorsi collaborando al fianco di una stella mondiale della danza: Carla Fracci. Un personale patrimonio di testimonianze, di preziose memorie, il cui racconto, a pochi anni dalla scomparsa della grande ballerina, voglio affidare a queste pagine”.

Così l’autrice spiega le motivazioni che l’hanno spinta a raccontare il suo rapporto con la mitica étoile italiana. Un rapporto diviso tra professione e amicizia, che le hanno viste vicine e appassionate tra ascolto e creazione.

Carla Fracci

Annamaria Morelli, nota costumista e scenografa di teatro e cinema, ricorda gli anni che vanno dall’inizio del loro rapporto, il 1989, al 2017, data dell’ultima collaborazione. Ma la Morelli ha continuato a sentire la Fracci fino agli ultimi giorni della sua vita. Anche perché – lo spiega chiaramente – l’amicizia si apriva anche al regista degli spettacoli Beppe Menegatti, marito della ballerina, inseparabile compagno d’arte e di vita. Una coppia nota a livello mondiale.

Quello del costumista e dello scenografo sono ruoli meno conosciuti, che poco vedono i riflettori in prima persona e di cui poco si leggono i nomi.

E’ così. – scrive Annamaria Morelli, cinquant’anni di mestiere alle spalle – Quello della costumista, anche se può in apparenza sembrare il contrario, è a ben vedere un lavoro tanto delicato e impegnativo quanto quello degli altri mestieri che danno vita agli spettacoli teatrali. Realizzare i costumi per un’opera che sia teatrale, cinematografica o televisiva, è un compito di grande responsabilità e complessità.

Vestire un personaggio significa sottolineare e tradurre le sue caratteristiche morali e caratteriali, stando bene attenti a non tradirle. Vestire un attore o un’attrice significa far aderire l’aspetto esteriore alla dimensione intima e spirituale propria del ruolo interpretato. Questo comporta uno studio approfondito non solo del singolo personaggio, aspetto comunque preponderante, ma dell’opera intera, dove ogni carattere contribuisce alla costruzione ben congegnata della storia nel suo complesso. I costumi, insieme alla scenografia, forniscono allo spettatore la visione materializzata delle atmosfere, che aleggiano tra le parole e le musiche. Il costumista e lo scenografo hanno il delicato compito di tradurre in immagini quello che è tutto racchiuso nei sentimenti dei personaggi, nell’idea e nei concetti espressi dalle vicende attraverso cui si dipana la storia rappresentata”.

Responsabili, dunque, come tutte le figure coinvolte, del successo di una messinscena, una pellicola, una coreografia. Nelle pagine del volume (Guida editori) Anna Maria Morelli spiega il suo mestiere, lo sforzo creativo, la bellezza del risultato. “Posso affermare con certezza che quello per il balletto è il più difficile. I motivi sono semplici: il costume del danzatore deve essere aereo, deve poter essere continuamente strapazzato, consentire i movimenti; per questo motivo è necessario che sia lineare e sprovvisto di fronzoli. Più di una volta ho rinunciato a qualche elemento che avrebbe certamente reso l’abito più particolare, per dare invece la priorità a una funzionale semplicità. Per affrontare questo tipo di complessità, tutto deve essere studiato: dal tessuto al taglio. Nel caso dei costumi storici poi, da lontano, devono sembrare strutture grevi ma poi nei fatti essere molto leggeri”.

Tutto questo è incorniciato nella storia di un’amicizia che non finirà. Comunque.

 

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