È “Ink” di Danny Boyle ad aprire la 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un film che racconta la nascita di un impero mediatico e, attraverso la storia di Rupert Murdoch e Larry Lamb, interroga il potere dell’informazione, la manipolazione del consenso e il confine sempre più sottile tra giornalismo e spettacolo.

LA TRAMA
Siamo nel 1969, nella Londra che sta cambiando volto. Rupert Murdoch, giovane e ambizioso editore australiano, acquista il quotidiano The Sun e affida la direzione a Larry Lamb. L’obiettivo è rivoluzionare un mondo dell’informazione considerato vecchio, rigido e incapace di parlare a un pubblico più vasto.
Murdoch e Lamb scelgono una strada radicalmente diversa: un giornale popolare, irriverente, provocatorio, capace di conquistare i lettori attraverso storie di sesso, scandali, celebrità e cronaca. Il risultato è la trasformazione del Sun in un potentissimo tabloid.
Ma quello che all’inizio appare come un gesto di ribellione contro un establishment antiquato si trasforma progressivamente in qualcosa di molto più oscuro: la conquista del pubblico attraverso il sensazionalismo e la capacità di orientarne gusti, emozioni e opinioni.
IL POTERE DELL’INFORMAZIONE
Il film non racconta soltanto la nascita di un giornale. Racconta la nascita di un modello di comunicazione che conosciamo ancora oggi.
Clickbait, social network, notizie costruite per diventare virali: il mondo digitale sembra lontanissimo dalla Londra del 1969, eppure le regole individuate da Murdoch e Lamb sono sorprendentemente attuali.
La domanda centrale è quindi: il giornalismo deve raccontare ciò che il pubblico vuole oppure ciò che il pubblico ha bisogno di sapere?
E quando l’informazione diventa soprattutto intrattenimento, dove finisce la libertà di stampa e dove comincia la manipolazione?
È questo il terreno ambiguo sul quale Boyle costruisce il suo film.
DANNY BOYLE, UNA REGIA ESPLOSIVA
La scelta di Danny Boyle è particolarmente efficace. Il regista di Trainspotting e The Millionaire porta nella storia l’energia frenetica che ha sempre caratterizzato il suo cinema.
“Ink” è una sarabanda cinematografica, veloce e nervosa, costruita per restituire l’euforia di una rivoluzione editoriale che sta prendendo forma. Boyle non guarda però soltanto alla nascita del successo: accompagna lo spettatore verso la progressiva oscurità di quella trasformazione.
Il regista ha spiegato di essere rimasto affascinato dal fatto che il 1969, anno dello sbarco sulla Luna, fosse anche l’anno in cui Murdoch e Lamb crearono un giornale destinato a modificare profondamente il mondo dell’informazione.

I PROTAGONISTI
A interpretare Rupert Murdoch è Guy Pearce, che ne restituisce ambizione, intelligenza e spregiudicatezza. Jack O’Connell è Larry Lamb, l’uomo chiamato a trasformare le intuizioni dell’editore in una macchina giornalistica capace di conquistare le masse.
Accanto a loro c’è Claire Foy, protagonista di un personaggio che porta nel racconto una prospettiva ulteriore sul mondo del giornalismo e sulle conseguenze delle scelte dei due uomini.
Il cast è completato da una squadra di personaggi che rappresentano quel gruppo di outsider e visionari che, secondo la sinossi ufficiale, immaginano un nuovo modo di fare informazione.
UNA STORIA CHE PARLA AL PRESENTE
La forza di “Ink” sta nel raccontare un momento preciso della storia britannica per parlare, in realtà, del nostro presente.
Il giornale di Murdoch nasce promettendo di rompere le regole. E proprio questa promessa di libertà, di divertimento e di accessibilità contiene già la contraddizione che il film mette in scena: quanto siamo disposti a sacrificare della verità pur di avere una storia che ci emozioni?
È una domanda che oggi, nell’epoca dei social e dell’intelligenza artificiale, appare ancora più urgente.
“Ink” racconta così non soltanto come è nato un impero mediatico, ma come siamo diventati il pubblico che quell’impero aveva imparato ad ascoltare, sedurre e, forse, anche a condizionare.





