La mano di Sorrentino colpisce ancora

Redazione

Dopo aver fatto incetta di nomination per i prossimi European Film Awards e aver vinto il Leone d’argento e il Premio Marcello Mastroianni al Festival del cinema di Venezia, “È stata la mano di Dio” si propone tra i favoriti per una candidatura al Premio Oscar come miglior film straniero, in qualità di rappresentante del cinema italiano. L’ultima fatica di Paolo Sorrentino, infatti, è non solo uno dei migliori film dell’attuale stagione cinematografica, ma anche una delle pellicole italiane più belle e riuscite degli ultimi anni. Dopo aver dedicato per la seconda volta nella sua ventennale carriera un film a un personaggio di spicco della storia politica italiana, il Berlusconi di “Loro”, Sorrentino sposta l’attenzione su di sé, sulla sua vita e la tragedia che l’ha irreversibilmente segnata, per raccontarla attraverso il filtro dell’arte.

Fabietto Schisa (Filippo Scotti) è un ragazzo napoletano che frequenta il liceo classico a metà degli anni ’80. Vive una vita familiare ricca e divertente, il cui cuore sono i suoi innamorati ed esuberanti genitori, interpretati da Toni Servillo e Teresa Saponangelo. Fabietto si muove in una Napoli che brama l’arrivo di Maradona, che vede Fellini selezionare comparse per il suo nuovo film e Antonio Capuano girare la sua nuova pellicola in Galleria Umberto. “È stata la mano di Dio” è un drammatico racconto di formazione sviluppato per episodi più che con una narrazione ben delineata, che è rigidamente diviso in due parti.

La locandina del film

La prima ora del film, infatti, sembra l’opera di un Sorrentino diverso, che affida alle incredibili capacità di scrittore il compito di rievocare la sua famiglia e la sua adolescenza in maniera quasi pura, con una apparente spontaneità che raramente si è vista nel cinema del cineasta napoletano. L’arguzia di certi dialoghi e la leggerezza calcolata di certe soluzioni visive fanno di questa prima ora un gioiello nella filmografia del regista, che si scrolla da dosso i suoi tipici stilemi per il gusto di raccontare, trovando un meraviglioso tono, a metà tra il nostalgico e il comico.

Nella seconda ora, invece, Sorrentino riprende la via segnata dalle sue ultime pellicole, e nonostante la brillantezza di certe soluzioni, lascia un po’ a desiderare lo spettatore ammaliato dal fascino della prima parte. Però per gli storici appassionati dell’autore probabilmente il giudizio sarebbe inverso.

Dal punto di vista tecnico va assolutamente segnalata la fotografia di Daria D’Antonio, che rende ogni inquadratura un piacere per gli occhi. Dal punto di vista attoriale tutto il foltissimo cast si distingue per bravura, ma spicca tra tutti Teresa Saponangelo: il suo ritratto di Maria Schisa è meraviglioso, pieno di sfumature e capace di suscitare nello spettatore le più diverse emozioni.

Sorrentino ha diretto un film meraviglioso, in parte lontano dal resto della sua produzione dal punto di vista formale, ma certo non dal punto di vista tematico. È un’opera da vedere al cinema, benché Netflix lo metterà a disposizione sulla propria piattaforma streaming poco dopo l’uscita in sala.

 

                                                                                                                                                   Angelo Matteo

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