L’irresistibile fascino del “Gattopardo” di Visconti

Angelo Matteo

Pochi film hanno la rara capacità di crearsi uno spazio nella memoria collettiva e di restare nel cuore dei propri spettatori, oltre la brevissima finestra di distribuzione nelle sale. Ancora meno sono le pellicole che è possibile indicare senza imbarazzo come esempio più fulgido del cinema di un’intera epoca. “Il Gattopardo”, di Luchino Visconti, riunisce in sé queste straordinarie qualità e molte altre. Prodotto nel 1963, cinque anni dopo l’uscita del romanzo capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa da cui è tratto, “Il Gattopardo” è ancora oggi una delle opere più esteticamente appaganti e intellettualmente stimolanti mai realizzate. Luchino Visconti non fu scelto subito come regista, ma e per i suoi nobili natali, che gli permisero di cogliere a pieno lo spirito del protagonista, e per il suo cinema fortemente estetizzante fu senza dubbio la scelta migliore, almeno dal punto di vista artistico.

Da quello produttivo, infatti, “Il Gattopardo” fu un disastro: gli incassi furono straordinari, tant’è che ancor oggi è uno dei film più visti della storia del cinema italiano, ma proprio a causa del perfezionismo di Visconti, il budget divenne così elevato da costringere la sua casa di produzione a fermare la propria attività. Ciononostante, bisogna essere grati che un tale sforzo produttivo fu effettuato. La storia de “Il Gattopardo” è notissima.

È il 1860. Dopo essere sbarcato a Marsala, Garibaldi si prepara a prendere la Sicilia e dare vita al regno di Italia, con a capo il re Vittorio Emanuele. Il principe di Salina (Burt Lancaster), Fabrizio Corbera, è un nobile siciliano, grande appassionato d’astronomia e uomo dall’intelligenza acuta e penetrante. Ormai nel pieno della sua maturità, ha da fare i conti con la fine della sua epoca giacché l’aristocrazia, di cui incarna tutte le virtù migliori, è destinata a cambiare ruolo in un panorama politico e sociale stravolto.

Il gattopardo. Locandina

Suo nipote Tancredi (Alain Delon), giovane rivoluzionario e vitalissimo, è il suo riflesso fin dall’entrata in scena, la testimonianza continua di ciò che il principe è stato ed ora non è più. Il suo amore con la bellissima Angelica (Claudia Cardinale), figlia di don Calogero, è uno degli snodi centrali del film.

L’opera di Visconti descrive con eccezionale lucidità quello che era uno dei temi centrali del romanzo: lo scontro tra l’aristocrazia, ormai superata ma ancora esistente, e l’arrembante quanto astuta borghesia, incarnata nella figura di don Calogero (Paolo Stoppa), una classe sociale disposta a tutto pur di prendersi quello spazio che l’aristocrazia ormai non può più non cedere.

È davvero impossibile riassumere a parole la grandezza di un’opera non solo lunghissima, ma anche profondissima, densa di temi e di riflessioni. È necessario però citare la meravigliosa scena finale di ballo, celebratissima e a ragione. Negli ultimi 45 minuti della sua pellicola, Visconti compie un vero e proprio miracolo cinematografico. I costumi di Piero Tosi sono meravigliosi e la scenografia di Mario Garbuglia mozzafiato: lo spettatore vede, dinanzi ai suoi occhi, l’aristocratica opulenza in cui i protagonisti del film hanno vissuto tutta la loro vita, ormai politicamente svuotata di senso.

Don Fabrizio lo sente più di tutti e Visconti ci permette di vagare insieme a lui tra queste stanze dorate. Burt Lancaster riserva al principe di Salina una delle sue migliori interpretazioni di sempre e attraverso i suoi occhi, la sua malinconia, lo spettatore vede la fine di un’epoca e di una vita. Le musiche di Nino Rota e un valzer di Verdi fanno il resto.

Anche a distanza di 60 anni, “Il Gattopardo” è uno dei migliori film di sempre, da vedere e rivedere.

 

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