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Pako Ioffredo: “Racconto la mia gente”

Danila Liguori

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Attore, regista, drammaturgo. Di origini puteolane, sceglie di raccontare la sua gente con “Terramò Vol. III”, in scena da domani 4 settembre 2025 e fino al prossimo 7 settembre all’interno del Rione Terra di Pozzuoli. Lui è Pako Ioffredo, che ci coinvolge in viaggio nel cuore pulsante dei Campi Flegrei, dove la storia si fonde con l’attualità. Lo spettacolo, di e con Pako Ioffredo, lo vedrà in scena con Demi Licata, Giorgio Pinto e Ingrid Sansone. La produzione è a cura di Cantiere Teatrale Flegreo/Enart – Compagniemia, con la musica e la voce di Pino Ruffo, i costumi di Antonietta Rendina, la cura tecnica di Paolo Visone e l’assistenza alla regia di Francesco Piciocchi.

“Terramò Vol. III”: cosa ci aspetta?

“Innanzitutto mi preme sottolineare che il testo di questo spettacolo è in dialetto puteolano che, a differenza del napoletano, non ha subito alcun tipo di colonizzazione. Attraverso il dialetto puteolano, una lingua materna che mantiene vivo un legame profondo con il passato, lo spettacolo si fa portavoce di un popolo e della sua memoria, spesso dimenticata o calpestata dal tempo. Il racconto, intimo e universale, si immerge nelle storie e nei ricordi del Rione Terra, un luogo che ha segnato profondamente l’identità di un popolo, il quale, fino alla crisi bradisismica degli Anni Settanta, riusciva a incarnare un forte senso di appartenenza, oggi ormai frammentato”.

Sceglie di parlare del Rione Terra per le sue origini?

“Assolutamente sì. Questo progetto nasce sei anni fa dopo aver terminato lo studio su storia e miti del Rione Terra. Studio durante il quale ho raccolto aneddoti e ricordi di famiglia, mischiandoli alla rabbia nel vedere dimenticati e calpestati pezzi di memoria storica, intesa sia come luoghi che come identità di un popolo. Racconto della frammentazione dopo gli Anni Settanta attraverso il recupero di memoria che parla al contemporaneo. Con il volume terzo di questa opera ho inteso chiudere un cerchio”.

Pako Ioffredo

Cosa significa per la sua gente convivere con il bradisismo?

“A quello siamo abituati. Ciò che a me fa più paura è l’uomo. L’Uomo inteso come Istituzioni, Politica, Comune, Governo. Che ancora non è riuscito a mettere in sicurezza le persone con fabbricati adeguati. E subiamo inoltre un inutile terrore mediatico che ha fatto chiudere circa il 70% delle attività in zona”.

Continuerà quindi a raccontare e denunciare, anche nella sua seconda casa che è la Francia?

“Sono residente a Parigi da 6 anni, ma casa mia è sempre questa. Non dimentico le mie origini e la mia gente, non a caso ho deciso di portarle in scena. Mi piacerebbe continuare a sostenere un sistema artistico di vasi comunicanti che parte da Pozzuoli, ma con respiro internazionale, magari in un asse Italia – Francia. Questa visione trova una profonda risonanza con Daniel Pennac, Clara Bauer e il gruppo artistico attorno al quale mi muovo da anni tra passato, presente e futuro”.

E nel suo di futuro che cosa vede?

“Sto lavorando ad un progetto che sarà l’elogio del fallimento. Fallimento visto come opportunità, ma anche come pericolo che incombe. Sarà un monologo e, come sempre, mi piacerebbe interpretarlo io stesso in scena. Oltre al teatro vedo il cinema, vorrei tornarci in maniera più stabile”.

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