
Dopo Jackie e Spencer, dedicati rispettivamente alla signora Kennedy e alla Principessa Diana, entrambe donne infelici e problematiche, Pablo Larrain chiude col film Maria (in sala dal 1 gennaio) una potenziale trilogia tutta femminile. A Natalie Portman e a Kirsten Stewart, già candidate all’Oscar per i loro ruoli prima citati, si accoda pertanto un’altra grande attrice di Hollywood nella recente filmografia del regista cileno, una ritrovata Angelina Jolie in odore di nomination. Sicuramente meritata, dopo quella in tasca ai Golden Globe per il ruolo iconico della divina Callas.
SUPERBA LA JOLIE COME CALLAS
La Jolie non può giocare la carta della somiglianza fisica, sebbene nascosta dietro gli occhialoni da diva e dai capelli raccolti proprio come quelli del soprano greco. Le basta infatti scioglierli per svelare il trucco che la vorrebbe (e dovrebbe) avvicinare alla Callas, e allora la figlia di Jon Voight non può che puntare sull’interpretazione, sofferta e dolente, intensa come poche volte nella sua lunga carriera.
LA GRECITÀ DI ANGELINA JOLIE
Si era già confrontata con un personaggio greco, la regina Olimpia nel dimenticabile Alexander (2004) di Oliver Stone, dove forse era la migliore del cast e oscurava il protagonista Colin Farrell (suo figlio Alessandro Magno), ma stavolta tocca corde emozionali che non passano inosservate. Al netto del rinomato brutto carattere della diva ellenica, nata negli Stati Uniti e naturalizzata italiana, scatta quasi subito l’empatia con la sua Callas.
MARIA A PARIGI
Maria si aggira nel suo appartamento parigino, una padrona “geniale” seguita dai collaboratori e domestici interpretati dagli italiani Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher; cammina per le strade di Parigi, sul ponte di Ultimo Tango a Parigi dove la troupe televisiva la intervista con garbo e arriva alla spianata del Trocadero, dove c’è un coro immaginario ad attenderla; in tutte queste scene si mescolano le sue ossessioni (in particolar modo quella del pianoforte da spostare), i fantasmi del passato, visioni e tormenti.
I FANTASMI DELLA CALLAS

Uno spettro è il vecchio amore Onassis, ricordato attraverso i flashback in bianco e nero del primo incontro e delle ospitate sui lussuosi yacht dell’armatore, greco come lei.
C’è spazio anche per un passato di dolore ad Atene, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la madre in casa era la prima a sfruttare il suo innato talento canoro davanti ai nazisti occupanti.
Tutti vogliono un pezzo della Callas, come fosse una statuina di una copia greca, dall’ex marito alla figura materna, e purtroppo la diva si fa ingabbiare, per quanto rifugga le prigioni emotive. La gabbia più grande è però il suo dono naturale, giacché sacrifica tutto per la voce: salute fisica e mentale, vita e affetti.
IL DOLORE CHE ALIMENTA IL GENIO
La sorella, interpretata dalla napoletana Valeria Golino (che tris di attori del Belpaese per questa diva geniale!), la implora di chiudere la porta della sofferenza che alimenta la sua arte, il suo talento, ma Larrain ci mostra proprio la frusta di cui parlava Truman Capote, quando si trattava del genio: ogni dono ricevuto da Dio è deputato all’autoflagellazione, così come fu per Edith Piaf.
