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Marianna Esposito e il mondo capovolto

Redazione

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di Vera Bassmaji – Roma

LA COMPAGNIA TEATRING AL TEATRO CARCANO DI MILANO

È regista, attrice e drammaturga teatrale formata al​ metodo Stanislavskij/Strasberg. Marianna Esposito è inoltre fondatrice e direttrice artistica della compagnia TeatRing, dove da oltre vent’anni integra ​produzione e pedagogia.

Marianna, parliamo dello spettacolo “Al suo posto… e se il mondo fosse matriarcale?”
Sarà di nuovo al Teatro Carcano di Milano il 30 marzo 2026, di cosa tratta e cosa l’ha spinta a scriverlo e produrlo?
“L’intento è quello di mettere gli uomini al posto delle donne e raccontare la storia da questo punto di vista per ribaltare la narrazione donne vittime/uomini carnefici e spostare il fuoco sui semi che portano alla violenza di genere. Ci concentriamo sulle piccole e quotidiane manipolazioni del patriarcato e le loro conseguenze nel vivere comune”.

Quali sono state le reazioni del pubblico che le sono rimaste più impresse?

“Ci sono stati tantissimi feedback. Alcune donne si sono ribellate all’idea che se fossero state al potere sarebbero state altrettanto tiranniche e avrebbero invece costruito un mondo idilliaco, ma io non credo sarebbe successo.

Gli uomini si sono resi conto del disprezzo alle donne che viene trasmesso nel linguaggio. In scena ci sono quattro uomini, che rappresentano quattro tipi di donne molto diverse tra loro e il pubblico è combattuto su chi appoggiare. Uno dei protagonisti lascia il lavoro per fare il padre e gli altri personaggi lo giudicano, ad una replica dal pubblico una si è alzata per sostenerlo, fa ridere ma fa anche emergere la solitudine delle donne che fanno questa scelta. C’è molta partecipazione durante lo spettacolo, è significativo”.

Marianna Esposito in scena

Lei è un’artista indipendente, la sua compagnia TeatRing vive a Milano da oltre 20 anni, ci può raccontare la sua esperienza?

“Amare il teatro è come amare tutta la vita un uomo che non ti corrisponde, perché è difficile portare avanti un’estetica e un’etica in questo campo.

Quando abbiamo iniziato c’era più possibilità per le nuove compagnie indipendenti ma il covid ha segnato uno spartiacque, non si riesce a distribuire perché i direttori artistici non guardano i materiali e le stagioni sono fatte a priori a causa della politica dello scambio che li fa stare in piedi ma non garantisce ricambio. Se non hai uno spazio da riempire sei fuori dai giochi. Bandi e sovvenzioni sono riservati ai giovani.

Nonostante questo siamo riusciti a portare con successo gli spettacoli fuori Milano. La più grande soddisfazione è stato il festival di Edimburgo dove mi chiamavano Anna Magnani.  Il confronto con l’estero è stato prezioso”.

E’ anche docente, che cosa significa crescere nuove generazioni di attori in un contesto indipendente?

“La pedagogia è importantissima, mi mette a contatto con l’essenza e le difficoltà del nostro lavoro, con il polso di come i giovani vivono le emozioni. Lo scambio con gli allievi ci fa diventare attori e registi migliori. Nella nostra scuola passano generazioni di giovani interessati alla nostra specializzazione nel metodo Strasberg che spesso viene demonizzato ma che è alla base della preparazione dei grandi attori che andiamo a vedere al cinema.

Noi diamo gli strumenti per essere veri in scena, io non tollero più attori che performano e si mettano sul piedistallo, oggi c’è bisogno di anima e verità”.

Oggi c’è un forte individualismo sociale, c’è un ruolo che il teatro può avere per ricreare comunità?

“Praticare teatro fin da piccoli educa a mettersi nei panni dell’altro che è il segreto per creare comunità pacifiche. Lo si dice da tanto ma a scuola si continua a suonare il flauto. Gli americani lo inseriscono nel percorso scolastico, noi no. Sono pessimista sull’individualismo perché aumenta dove dilaga il malessere e noi viviamo in un’epoca di complicazioni burocratiche. Economiche, in cui ci sono caste e posizioni irraggiungibili. Facciamo del nostro meglio per creare comunità con la pedagogia nella speranza che ci siano sviluppi positivi”.

Di che cosa vorrebbe occuparsi oggi se avesse un budget importante?

“Amo spettacoli fatti con poco, accendono la creatività e non devo sottostare a compromessi. Quello che desidero è fare una accademia che in Italia non esiste e che ho in testa da tanti anni ma che non ho i soldi per realizzare. Sarebbe un sogno”.

 

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