NOTIZIE SERIALI: Dahmer, la serie da record

Renato Aiello

LA PIÙ VISTA SU NETFLIX IN AUTUNNO

Anche per chi non avesse Netflix, sarebbe stato impossibile negli ultimi mesi ignorare la serie creata da Ryan Murphy e tutta centrata sulla vicenda umana e criminale del famigerato mostro di Milwaukee, Jeffrey Dahmer. In rete sono spuntati meme e parodie di una delle scene più famose, “servita” subito allo spettatore nel primo episodio: Jeff che costringe una delle sue vittime a vedere un film in cassetta (siamo nel 1991).

Tra politica e satira è passato praticamente di tutto su quel piccolo schermo illuminato da una vecchia VHS. Potere del passaparola sui social, Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer si è rivelato un gran successo di pubblico e critica. A ben ragione, perché scritto benissimo, girato ancora meglio e interpretato da attori in stato di grazia, tutti sicuramente in odore di Emmy Award. Cominciando da Evan Peters che si è calato nella parte modulando la voce, l’accento, assumendo la postura e impostando con pesi nascosti sulle braccia anche la camminata del mostro cannibale, dai 17 ai 34 anni. Gay non dichiarato (almeno in famiglia e sul lavoro), e perciò represso e frustrato fin dal primo incontro con un autostoppista – finito sfortunatamente a casa sua -, Dahmer è un simulacro del male che resta impresso al pari dell’assassino grottesco di Non è un paese per vecchi dei Coen.

Gli fa compagnia nelle 10 puntate tra incidenti, abbandoni e l’inevitabile processo papà Lionel, un eccellente Richard Jenkins, memorabile quando scoppia in lacrime dopo aver ascoltato il raccapricciante racconto della polizia sugli oggetti, i resti e i corpi trovati in casa del figlio. A nulla erano valse le segnalazioni dei vicini per i rumori sospetti e i miasmi inimmaginabili provenienti dall’appartamento 213, soprattutto da parte della combattiva Glenda Jackson, tratteggiata dalla bravissima Niecy Nash. Da brividi il dialogo tra lei e il suo vicino, venuto a farle visita per portarle un “dono gastronomico” di dubbia provenienza, e per chiederle di ritirare la lamentela condominiale. Pesò sicuramente sulle negligenze dei poliziotti il fattore razziale, se in uno stabile abitato prevalentemente da cittadini di colore, e davanti persino all’evidenza dello stato di salute alterato e compromesso di una vittima minorenne e nemmeno riconosciuta tale, il bianco Dahmer riuscì troppo spesso a farla franca. “Siete arrivati troppo tardi”, urla la Jackson nel corridoio, mentre gli agenti portano via il criminale, e questo perché in 13 anni il mostro fu capace di seviziare, torturare, fare a pezzi e sciogliere nell’acido 17 uomini, se non di più.

Potente poi la scena dell’eclissi solare rosso fuoco, col montaggio alternato che mostra la conversione cristiana finale di Dahmer nell’acqua battesimale della vasca del penitenziario, e la morte di un altro serial killer sulla sedia elettrica. La serie di Murphy segue le orme di altre opere come American Horror Story e American Crime Story, pronta a svelare l’animo più nero e cupo degli Stati Uniti di fine millennio.

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