Rosi: autenticità e denuncia

Teresa Mancini

Il regista Francesco Rosi
Il regista qualche anno fa

«Fare cinema significa contrarre un impegno morale con la propria coscienza e con lo spettatore. Gli si deve l’onestà di una ricerca della verità senza compromessi. Più ci si addentra nel reale e più si ha coscienza che la certezza del vero e del giusto non esiste. Ma quel che conta è la nitidezza della ricerca».

Le parole che Francesco Rosi pronunciò nel 2012 sul palcoscenico della Mostra di Venezia, ricevendo il Leone d’oro alla carriera, suonano – alla sua scomparsa, avvenuta ieri 10 gennaio – come un vibrante testamento artistico e morale. Già dagli esordi capace di raccontare storie dalle architetture inconsuete per il cinema italiano, tra echi noir e western, il cineasta napoletano ha infatti sempre adottato il registro dell’autenticità, attingendo il più delle volte alla cronaca, guidato dall’esigenza di denuncia sociale e dai personali conflitti dei suoi personaggi. Nella lunga carriera, Rosi ha firmato – tra gli altri – capolavori come Salvatore Giuliano (1961), film documento su una delle vicende più torbide della storia italiana del Novecento, Le mani sulla città (1963), pellicola di sapore neorealista nella decisa denuncia della speculazione edilizia a Napoli, Il caso Mattei (1972), Lucky Luciano (1973), Cristo si è fermato a Eboli (1979), Tre fratelli (1981), Dimenticare Palermo (1990) e La tregua (1997), dal celebre romanzo di Primo Levi. Né va dimenticata la sua attività di sceneggiatore, pensiamo allo struggente Bellissima di Luchino Visconti, del quale fu assistente per La terra trema (1948) e collaboratore in Senso (1953).

Amato anche all’estero, forte dei successi internazionali (e i premi collezionati) dei suoi film, Rosi tuttavia non amava essere chiamato “maestro” del cinema italiano. Non gli piacevano le etichette e lo diceva senza peli sulla lingua, ricorda chi lo ha conosciuto. Soprattutto quando parlava della sua Napoli, e comunicava le sue idee in fatto di cultura e arte, questo regista di razza, classe 1922, aveva il vigore di un giovane leone. Ruggiva quasi, ad esempio, quando si trattava di difendere il buon cinema e i film perduti. «La visione di opere del passato, che testimoniano la trasformazione del cinema, può far capire come sia cambiata nel tempo la società. – diceva accorato – La settima arte, dal dopoguerra in avanti, attraverso il genere drammatico e quello semplicisticamente definito come “commedia all’italiana”, ha fatto luce sull’evoluzione della collettività, rappresentando cosa succedeva in Italia».

Francesco Rosi a Venezia
Francesco Rosi a Venezia

In uno dei vari incontri napoletani con il pubblico che il regista, ormai da anni trasferito a Roma, amava fare, tornò con durezza anche sull’assenza, da parte del servizio pubblico televisivo, di adeguata attenzione nei confronti del cinema di un tempo, che dovrebbe essere oggetto di programmazione obbligatoria. «Resto terrorizzato – raccontò – quando vado nelle scuole e i ragazzi non sanno chi siano Roberto Rossellini e Vittorio De Sica. Per non parlare di Luigi Zampa».

L’anno scorso, in un affollatissimo incontro al cinema Modernissimo di Napoli, per la proiezione della versione restaurata dalla Cineteca Nazionale di Roma de Le mani sulla città, opera eccellente d’imbarazzante attualità con Rod Steiger, Salvo Randone e Guido Alberti, Francesco Rosi si soffermò anche sui giovani registi che negli ultimi anni hanno raccontato il degrado del capoluogo campano, facendo loro i complimenti, pur consigliando di descrivere qualcosa che andasse oltre la rappresentazione della violenza. E proprio per combattere la ferocia criminale che attanaglia cronicamente la città, il regista invocò con fermezza l’intervento dello Stato di fianco alle amministrazioni locali, «perché si possa dare una risposta forte e concreta al grido d’aiuto dei napoletani che hanno bisogno, per riscattarsi, prima di tutto di lavoro e istruzione».

Una scena del film "Le mani sulla città"
Una scena del film
“Le mani sulla città”

Tanti gli amici e gli artisti che si sono stretti in queste ore intorno alla figlia, Carolina, attrice. E tra le numerose voci, da Raffaele La Capria a Franco Zeffirelli, da Ettore Scola a Paolo Sorrentino, a Giuseppe Tornatore, colpiscono le riflessioni di Giuseppe Piccioni. «Provo un grande dolore per questa perdita. – ha detto il regista di “Fuori dal mondo”Francesco Rosi era uno di quegli uomini che hanno dato identità e dignità al nostro Paese, persone che oggi ci mancano sempre di più».

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