Storie e colori di Napoli

Angela Matassa

La copertina del libro
La copertina del libro

Questo libro di Vincenzo Marino ha un titolo bellissimo, Racconti napoletani (Pironti editore). Immediato. Semplice eppure carico di tante cose, con la sua copertina attraente, e, come dire, familiare, rimanda la mente a Salvatore Di Giacomo, a Benedetto Croce, a Patroni Griffi, a Peppe Lanzetta. Maestri nel raccontare e descrivere questa città malandata eppure geniale che è Napoli. Ma è altra cosa dalle opere di questi autori. Innanzitutto è scritto in lingua italiana. Ed è proprio lo stile della scrittura una delle qualità di Vincenzo Marino. Sì, perché è semplice, scorre facile, si legge con piacere e stimola a continuare. Ha uno stile musicale, non usa artifici di nessun genere per attrarre l’attenzione del lettore. Cosicché, tutto l’interesse è per le storie che offre. C’è una grande attenzione per la parola: perché lui spulcia tra i significati, precisa etimologia e accezione con lo scopo di approfondire il senso di concetti e modi di dire.

Il libro contiene quattro racconti, che narrano vicende e temi diversi, ma che descrivono comunque un’umanità profonda e attenta ai sentimenti. Dal ragazzino che parla della propria famiglia, ricordando l’infanzia, la casa, le abitudini. Al vecchio pensionato, ammalato di solitudine che ha per compagna solo la televisione. Al professore, affetto da un certo senso di fallimento, e con esso un senso di colpa per il successo voluto a ogni costo e ottenuto, che non ritiene davvero meritato. Il quarto personaggio, è un giovane “difficile” che vive in una condizione esistenziale di disagio a causa del contesto delinquenziale e fuori-regola del proprio quartiere. E qui, l’autore dedica più spazio alla descrizione del luogo: una Pozzuoli meravigliosa e luminosa, rovinata dall’abusivismo edilizio e dalla criminalità organizzata, scendendo più specificatamente nella realtà.

C’è un filo conduttore tra questi racconti: quello della memoria. Storica, se pensiamo a quel genio matematico che fu Caccioppoli, che l’autore cita a proposito del ricercatore, o alla raccolta di articoli e materiali del vecchio pensionato o al rievocare la tragedia familiare.

Forse come ogni napoletano, Vincenzo Marino vive questa nostra città con un’ottica doppia. Con quel sentimento ambivalente che ce la fa amare e odiare. Ma il senso d’impotenza che spesso prende, è comunque stemperato da un altro sentimento che ci accomuna tutti, come un segno del destino, un karma indiscutibile: la speranza.

Quella speranza che ci accompagna ogni giorno dalle più semplici azioni alle più complesse riflessioni. Che ci coinvolgono, che spesso ci spingono a mettere in discussione le nostre scelte di vita. Quella speranza che è nel cuore del popolo partenopeo da secoli. Non si vuole nascondere il male, ma si è certi che il bene vincerà e guai a metterlo in dubbio. Anche se le statistiche spaventano ogni giorno di più, anche se si lotta quotidianamente con il disagio, il disordine, l’illegalità, spesso, con la paura di non farcela, mai ci si sente perdenti. Così, i quattro personaggi, protagonisti, di una scena bellissima, sempre aperta sul più bel panorama del mondo, ricordano, riflettono, meditano, accettano, ma con quel senso di futuro che, comunque, ci sarà. Dice Lorenzo Mariano, il matematico: “Napoli ha sempre avuto due facce, due dimensioni, una triste e una allegra, e quella allegra è assolutamente calda e rasserenante”.

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