Un palco al cinema: il trionfo della cineopera

Alberto Tuzzi

Continua il nostro viaggio nel Cinema di genere

con un nuovo aspetto: la Cineopera 1

Attenzione particolare merita la cosiddeta Cineopera. Il melodramma e l’opera lirica sono, da sempre, per il cinema un’enorme riserva di storie popolari, di drammi d’amore, di ambientazioni storiche o mitologiche e di vicende avventurose da cui attingere per i propri soggetti e lo sviluppo delle sue trame. Inoltre, già ai tempi del muto, nello stile di recitazione dei film si riconoscono gestualità, modalità espressive e sottolineature enfatiche tipiche del melodramma e del teatro, particolarmente gradite da un pubblico popolare che predilige, come i lettori dei romanzi d’appendice, dei polizieschi e dei fumetti, storie edificanti, drammoni a forti tinte, con continui colpi di scena.

Infine, le proiezioni spesso sono rese più accattivanti con l‘esecuzione di musica dal vivo, solitamente con piano e violino, saccheggiando abbondantemente il repertorio dei brani lirici più celebri. Con l’avvento del sonoro, in tutto il mondo si realizzano diversi film che mettono in scena opere liriche ma, dal 1946 alla prima metà degli anni ‘50, i produttori italiani iniziano a realizzare dei film-opera, che prendono spunto dal melodramma e dal mondo dell’opera lirica, sviluppando, in breve tempo, un genere con una propria fisionomia e dei propri moduli, adeguati alle diverse esigenze del linguaggio filmico: la cineopera.

LO STILE

Cineopera. La locandina di “Lucia di Lammermoor”

Questo nuovo genere si affianca, con enorme successo di pubblico, al Neorealismo, altro fenomeno che segna in quegli anni la rinascita del cinema italiano dandogli anche visibilità nel mondo ma che riscuote, decisamente, minore interesse da parte del pubblico nazionale.

In questo modo, i produttori italiani, pur con mezzi economici estremamente limitati, provano a fronteggiare la concorrenza hollywoodiana, particolarmente forte nei primi anni del dopoguerra, offrendo al pubblico dei film che si ispirano all’opera lirica, una delle forme d’arte più ricca di tradizioni culturali e che rappresentano, al contempo, grandi passioni e nobili sentimenti, con un’immediata valenza simbolica nell’immaginario di un popolo appena uscito dall’incubo della guerra.

I film-opera si rivolgono a uno spettatore che, per dislocazione geografica o per ragioni economiche, non può assistere alle rappresentazioni nei teatri lirici dei quali, non va dimenticato, molti sono ancora in stato di abbandono, se non distrutti dalla guerra. In tal modo, un vasto pubblico, non solo di specialisti e di cultori del bel canto, sembra acquisire, con la minima spesa, la conoscenza di tante opere più o meno celebri, grazie alla trasposizione sullo schermo del repertorio lirico nazionale, da Verdi a Puccini, da Donizetti a Rossini.

Il pubblico è consapevole che quanto vede sullo schermo è un surrogato delle rappresentazioni teatrali ma in tal modo può ascoltare, pagando solo il biglietto del cinema, alcuni dei maggiori cantanti del momento, come Fedora Barbieri, Nelly Corradi, Gianna Pederzini, Mario Del Monaco, Beniamino Gigli, Ferruccio Tagliavini, Gino Mattera, Gino Sinimberghi, Tito Gobbi e Gino Bechi, che affiancano Anna Magnani e Aldo Fabrizi come primi divi di successo nel dopoguerra.

(fine prima parte – continua)

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