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Diamanti di Ferzan Ozpetek

Renato Aiello

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Ferzan e il suo cast

Le aspettative per il nuovo film di Ferzan Ozpetek erano alte, forse altissime, considerando il poderoso cast di 18 attrici italiane (molte sue veterane e le due new entry televisive, la frizzante Geppi Cucciari e la rassicurante Mara Venier), nonché il ritorno della cantante Giorgia sui titoli di coda a più di 20 anni di distanza da La finestra di fronte (2003).

IL RITORNO IN SALA DOPO NUOVO OLIMPO

E dopo un bel film, passato purtroppo solo su Netflix e ignorato ai David di Donatello come Nuovo Olimpo (2023), Diamanti tradisce e delude un po’ (in sala da dicembre scorso).

A Ferzan Ozpetek non viene perdonato forse di essere nazional popolare – a fronte di una sua ricercata raffinatezza ed eleganza stilistica – dai detrattori più snob, ma qui il problema non risiede nelle scelte di casting, o solamente nei passaggi narrativi più sciatti (che vanno comunque evidenziati).

L’EGO DI FERZAN

Le sorelle Canova di Diamanti

Ozpetek, forse ubriacato dalla retrospettiva che gli ha tributato il MOMA di New York qualche anno fa, si lancia in una autocelebrazione eccessiva, al netto dei bei ricordi di bambino, del femminismo lodevole e dell’amore per la Settima Arte (la pellicola è dedicata alle compiante Mariangela Melato, Monica Vitti e Virna Lisi).

Non si capisce se vuole realizzare un suo personale 8 e ½ nell’incipit semi documentaristico, circondato da tutto l’harem attoriale del film (e dai soli due uomini Stefano Accorsi e Vinicio Marchioni, sottolineando che non c’è tematica gay in questo giro).

Se per il capolavoro felliniano un critico cinematografico parlò di masturbazione di un genio, qui siamo di fronte all’autoerotismo di un ego.

I DIAMANTI DI UN LABORATORIO SARTORIALE

Luisa Ranieri e Jasmine Trinca nel film

La lettura della sceneggiatura a tavola (un must) cede subito il passo alla storia della sartoria romana Canova (nome altisonante), con la macchina da presa che segue l’inflessibile Alberta (interpretata da una strepitosa Luisa Ranieri, da premio), spigolosa e ferrea nel suo piglio d’impresa.

Al suo fianco la sorella Gabriella, più fragile e umana (si capisce il motivo più tardi, perché c’è un doloroso evento tragico che le ha allontanate), interpretata da Jasmine Trinca, inizialmente sottotono.

Intorno a loro un alveare operoso di sarte laboriose e spiritose, sempre in fregola amorosa a ogni passaggio maschile muscoloso (tutti usciti da una palestra i facchini o i tuttofare di questo film dai colori caldi della fotografia di Gianfilippo Corticelli?).

L’arrivo della costumista premio Oscar Bianca Vega (l’ottima Vanessa Scalera, tormentata e geniale artista, intensa nei momenti di sconforto e insicurezza) mette a dura prova l’intero laboratorio sartoriale.

BRIO E PASSI FALSI IN DIAMANTI

Non mancano i momenti di leggerezza: lo scontro da Eva contro Eva tra la stella del cinema Kasia Smutniak e la più matura diva di teatro Carla Signoris, subito pronte a fare pace davanti a un bicchiere di vino, o i già citati corteggiamenti per i bellocci che si affacciano tra crinoline, tulle, balze, ago e cotone.

Convince di meno il rapporto drammatico tra Jasmine Trinca e il consorte, interpretato dal cantautore Luca Barbarossa, così come è stereotipato quello tra il marito violento e la moglie succube. Incomprensibile il ruolo ornamentale di Elena Sofia Ricci nel finale egocentrico.

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