Si rischia di cadere nell’ovvio parlando di famiglia e delle dinamiche che muove i componenti di un nucleo. La famiglia, in fondo, nonostante i cambiamenti sociali, resta sempre uguale.
Non a caso molti testi teatrali affrontano questo tema, ultimamente sentito dal mondo teatrale, in modo leggero o profondo. “Lungo viaggio verso la notte”, il capolavoro del drammaturgo statunitense Eugene O’Neill, appare oggi datato. La famiglia non cambia nel tempo, dunque, così infatti, come sempre, anche qui al suo interno si rivelano astio, litigi, ipocrisie, cattiverie e rinfacciamenti.
Gabriele Lavia con l’allestimento di Lungo viaggio verso la notte, naturalmente non delude le aspettative e fa Teatro. Officia il rito magico. Portando in palcoscenico uno spettacolo perfetto, con grandi scene, una compagnia impeccabile. Attori che, finalmente, recitano senza microfono! Eppure, il capolavoro del premio Nobel risulta datato. Capolavoro per lo stile, per l’innovazione che portò all’epoca, negli Anni Quaranta, quando lo scrisse ma che datò l’azione nel 1912.
I tempi lunghi, i concetti replicati, i gesti ripetuti rendono la messinscena lenta e ripetitiva.

LO SPETTACOLO
All’interno di una bella scena, che rappresenta la casa come una prigione, si muovono i componenti: il capofamiglia, la madre e due figli. Qui la storia drammaturgica s’intreccia con la biografia sia del padre di O’Neill che dello stesso Lavia.
Un vecchio attore in pensione, rimasto legato al suo ruolo, continua ad ogni apparizione a ripetere e a declamare scene e personaggi della lunga carriera ormai alle spalle.
La vera, grande preoccupazione di tutti i componenti è la malattia Tyrone, la tubercolosi del figlio minore, destinato al sanatorio e ad una vita breve. Un’ inquietudine che ha portato la madre a crollare sul piano nervoso e a diventare morfinomane.
Gli scontri si susseguono nell’unica giornata raccontata dall’autore. Le preoccupazioni, le ipocrisie, le cattiverie verso il figlio maggiore che non lavora e vive sulle spalle del padre che glielo rinfaccia continuamente. L’angoscia del più giovane, consapevole comunque, della propria sorte. Nonostante tutto, tra debolezze e fragilità, la famiglia si mostra, infine, amorevole e unita nello sforzo di salvarlo.
Ottima la Compagnia: Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini. Belli scene e costumi di Alessandro Camera e Andrea Viotti. Il disegno sonoro di Riccardo Benassi che accompagna con misura tutta la rappresentazione, il disegno luci di Giuseppe Filipponio. In scena fino al 22 marzo 2026 al Teatro Bellini di Napoli.
(Fotografie di Tommaso Le Pera)
