
“A me pare che la libertà non abbia una forma sola ed immutabile, e che sia come il cielo il quale ha sereni ed ha tempeste, e col variare delle temperie feconda ed abbellisce la terra, e dove esso non varia ivi sono sterili solitudini o di arene o di ghiacci“, scriveva Luigi Settembrini. Un aforisma che descrive alla perfezione il nuovo capitolo musicale di Matteo Faustini, Siamo nati liberi.
Un cielo mutevole, non un fondale dipinto, l’ideale contraltare all’immagine di giardino dell’Eden che torna nel videoclip del suo nuovo singolo, un Paradiso non più perduto ma riconquistato.
IL RITORNO DOPO 4 ANNI CON SIAMO NATI LIBERI
4 anni di silenzio discografico pesano ma per Matteo Faustini non hanno rappresentato un’assenza. Dopo il Festival di Sanremo e 2 album all’attivo, il cantautore bresciano ha scelto la strada più antica e più vera: il palco.
Ha continuato a suonare live in tutta Italia, ha mantenuto un contatto fisico con il pubblico, ha testato le canzoni pelle a pelle. Quel tempo sospeso ha forgiato una nuova identità artistica e personale. Il 29 maggio 2026 è arrivato in rotazione radiofonica e su tutte le piattaforme digitali Siamo nati liberi, il singolo che segna ufficialmente il suo ritorno.
Non è solo un singolo di rientro, Siamo nati liberi suona come un manifesto. Ha l’urgenza di chi ha qualcosa da dire e la misura di chi ha aspettato il momento giusto per dirlo.
SIAMO NATI LIBERI, UN CANTO NATO TRA LE SBARRE

A dare una spinta decisiva a questo ritorno c’è un’esperienza umana radicale. Matteo racconta così la genesi del brano: «Siamo Nati Liberi è un brano nato in carcere che ho scritto dopo 8 mesi di lavoro con i detenuti dell’Istituto Penitenziario di Canton Mombello a Brescia. Ascoltare le loro storie e i loro errori mi ha portato a scrivere un brano che parla non solo di seconde possibilità, ma anche di cambiamento e di rinascita. Questa canzone non salva vite, ma dà speranza».
Trovandosi a stretto contatto con chi ha perso la libertà fisica, Faustini ha capito che le sbarre più dure da spezzare non sono quelle di ferro, bensì quelle mentali. Sono le prigioni che ci costruiamo ogni giorno per paura del giudizio altrui.
Da qui il brano compie uno scatto tematico raro per il pop italiano: interroga i dogmi e i sensi di colpa religiosi con cui intere generazioni sono cresciute. Faustini cita, smontandola, la liturgia: quel “mia colpa mia colpa mia grandissima colpa” e quel “tu che togli i peccati ma non i sensi di colpa”. Lo fa senza provocazione, con onestà.
Racconta un conflitto interiore reale: l’assoluzione formale non serve a nulla se prima non impari a perdonare te stesso. In questo senso Siamo nati liberi parla di libertà interiore prima ancora che esteriore, con un coraggio che nel pop leggero manca spesso.
IL SOUND DI SIAMO NATI LIBERI, UN POP-SOUL CHE LIBERA

La sorpresa più grande, per chi si aspetta un brano cupo e penitenziale, sta nel suono. Faustini non asseconda la gravità del tema con una ballata oscura, ma reagisce, sceglie la strada opposta, opta per un’energia pop-soul liberatoria, luminosa, in pieno crescendo emotivo.
Siamo nati liberi è costruito con intelligenza gospel. La produzione artistica di Enrico Palmosi non comprime, apre, lascia spazio all’aria. Le chitarre di Poncio Belleri disegnano un tappeto ritmico caldo e percussivo, mai invasivo.
Ma il vero motore è il coro, un fitto intreccio di voci che non fa da semplice ornamento: spinge il brano, lo solleva, lo porta verso l’alto. È il classico impianto soul della rinascita, quello che parte dal basso, dalla confessione, e si allarga fino a diventare preghiera laica e collettiva.
Faustini canta con un fraseggio più maturo, meno accademico rispetto agli esordi, più graffiato. Non cerca il virtuosismo, cerca la verità.
E il ritornello esplode proprio perché prima ha saputo trattenere. In un panorama pop spesso levigato e finto, questo pezzo ha sudore e respiro.
L’IMMAGINE DELL‘EDEN RITROVATO

L’estetica scelta non è casuale per il videoclip: esso recupera l’iconografia del giardino dell’Eden, ma non come luogo intoccabile e perduto, bensì come spazio da riabitare, un posto di natura, di luce, di corpi finalmente sciolti. C’è spazio anche per una mela biblica e per un iconico morso, con Faustini novello Adamo.
L’acqua nella vasca è rinascita, battesimo di vita, le bolle emergono come il respiro di un bambino o al pari della risalita di un sub dopo una lunga immersione. Del resto tutta la migliore scrittura è nuotare sott’acqua e trattenere il fiato, secondo Fitzgerald.
Se Settembrini ci ricordava che dove il cielo non varia ci sono solo deserti di ghiaccio e sabbia, il video di Siamo nati liberi risponde con un Eden che varia, che respira, che accoglie la tempesta e poi il sereno.
È la traduzione visiva del concetto chiave del brano, riassunto dallo stesso Faustini in una frase semplice e necessaria: “Voglio stare bene”.
UN PERCORSO COERENTE
Oggi siamo nati liberi chiude il cerchio e ne apre uno nuovo. Non celebra solo la fine di un silenzio discografico. Celebra una libertà che si conquista, si perde e si riconquista ogni giorno per sognare dentro.
Faustini lo ha capito ascoltando chi aveva tutto il tempo per sognare e niente per farlo. Per questo Siamo nati liberi funziona: non predica, testimonia. E ci lascia con la domanda giusta, quella che Alda Merini ha inciso come un salmo laico: “Il grado di libertà di un uomo si misura dall’intensità dei suoi sogni”.





