
Gli aneddoti hollywoodiani narrano di un Christopher Nolan a un passo dal dirigere Troy nei primi anni 2000 al posto del tedesco Wolfgang Petersen, che avrebbe poi firmato il kolossal con Brad Pitt e Orlando Bloom. Quel peplum di più di 20 anni fa avrebbe avuto un sapore completamente diverso nelle mani di Nolan, e forse non avremmo avuto l’Odissea, nelle sale dal 16 luglio 2026, sorta di summa di tutti i temi e approfondimento dell’intera cinematografia nolaniana.
L’ODISSEA DI NOLAN, LA PELLICOLA DELL’ESTATE 2026
Il film più atteso dell’anno, intorno al quale è cresciuta costantemente un hype gigantesca fin dall’annuncio delle prime riprese (anche in Italia) e della data di uscita, è molto più di una semplice rilettura del poema omerico e di un infinita serie di polemiche sull’armatura nera di Agamennone da Cavaliere Oscuro (un semplice simulacro del Male) e sulla Elena afroamericana di Lupita Nyong’o (premio Oscar per 12 anni schiavo, qui moglie “schiava” e succube del patriarcale Menelao dopo il ritorno a casa).
La sana e giusta follia del girato in pellicola e il formato IMAX 70 mm (in tutto il Sud Italia solo al Metropolitan di Napoli è proiettato così) danno già da soli la misura della sfida cinematografica, del confronto rispettoso con il capolavoro di Omero e della personalissima cifra stilistica del cineasta britannico.
UN MEMENTO OMERICO DI LIRISMO E POESIA

Se l’autore dell’Iliade e dell’Odissea era stato il primo in Occidente a inventare il flashback narrativo dopo l’approdo di Odisseo/Ulisse sull’isola dei Feaci (episodio sacrificato insieme all’incontro con Nausicaa e con i mangiatori di Loto, e all’indovinello del talamo nuziale con Penelope), Nolan destruttura il racconto e lo scompone fin dall’inizio.
Il papà di Memento (titolo qui citato non a caso nella sua già folta filmografia) regala momenti di struggente lirismo quando vediamo il cucciolo Argo adottato e cresciuto da Ulisse, o la sua ferita a causa di un cinghiale (la famosa cicatrice riconosciuta da Euriclea).
E di grande romanticismo con i due coniugi a letto che discutono dell’imminente guerra di Troia (Anne Hathaway perfetta come Penelope silente al telaio, ma fiera e decisa coi Proci nella sala del palazzo di Itaca e con il figlio Telemaco, interpretato da Tom Holland).
LA DISTRUZIONE DI TROIA PER RIFLETTERE SUL MONDO E SULLA STORIA

La distruzione di Ilio aleggia per tutto il film ed è il vero climax narrativo verso il finale, chiave di volta di una riflessione epica sul senso della Storia, dell’inganno alla base della Civiltà occidentale (e non solo della nostra, forse).
Un velo di Maya che è in realtà specchio dei tempi in cui ci rivediamo, in cui scorgere tutte le tragedie del nostro continente e del mondo attuale, e in cui si riflettono i protagonisti stessi, intenti a interrogarsi sul pericolo dei popoli del mare che minacciano razzie e invasioni in barba alla Xenia, la Legge di Zeus.
LE INVASIONI BARBARICHE, I POPOLI DEL MARE IN LOCATION NORRENE

I popoli del mare, i nuovi e vecchi barbari (storicamente gli Achei Micenei di Ulisse e Agamennone combatterono con le popolazioni migranti che diedero l’avvio al cosiddetto Medioevo ellenico) forse sono i greci stessi, i compagni di Ulisse pronti a razziare, stuprare e derubare nel corso del viaggio di ritorno.
Un tragitto quasi vichingo nelle location e nella sagoma della nave, compreso quell’Ade situato tra il fiume di ghiaccio e lava (Islanda e Mare del Nord – oltre al Mediterraneo – figurano nella lista dei set, con una fotografia fredda che contrasta coi colori caldi della sala dei banchetti di Itaca).
POLIFEMO E CIRCE, DUE EPISODI NOTEVOLI IN QUESTA ODISSEA

Notevole per l’assenza di dialoghi il segmento con Polifemo nella grotta, chiaramente ispirato al Crono che divora i suoi figli di Goya (a sua volta debitore di Omero su tela), un mostro bestia antropofago che non ha nulla di umano se non la posizione eretta.
Centrato quasi alla perfezione l’incontro con la maga Circe (splendida Samantha Morton), sia per la trovata body horror della trasformazione dei marinai in maiali in stile The substance (Nolan è pronto anche per un horror da Oscar ormai, dopo la statuetta per Oppenheimer), sia per l’approfondimento psicologico (peccato per una leggera didascalia) del personaggio femminile a cui tiene testa magnificamente Matt Damon, l’Ulisse mite e fedele di questa Odissea (nessun tradimento con Circe).
MATT DAMON, ULISSE PERFETTO PER QUESTA ODISSEA
Dimagrito per la performance e nel pieno della sua maturità attoriale, Damon ci consegna un personaggio a tutto tondo come quella scultura lignea equestre sulla spiaggia di Troia che i Troiani trascineranno maldestramente e senza ruote fino in città, dono avvelenato dell’Ellade incapace di fare breccia nelle impenetrabili mura difensive. Bravo anche Robert Pattinson come Antinoo, peccato solo per la ninfa dea Calypso di Charlize Theron: fuori fuoco e senz’anima, vittima della sceneggiatura.




