
Al MUSAP di Piazza Trieste e Trento, dove ha ricevuto il premio alla carriera Golden Spike Award del Social World Film Festival 2026 (presentato per l’occasione al Museo di Napoli), Benedetto Casillo ha ricordato con tenerezza e con una punta di commozione le tappe della sua lunga filmografia.
Noi l’abbiamo intervistato sul divanetto rosso del Museo Artistico Politecnico di palazzo Zapata e abbiamo anche ricavato un piccolo scoop su Renato Scarpa, rivelato proprio da Casillo in sala.
Maestro Casillo, questo sicuramente non è il suo primo premio e non sarà l’ultimo in una lunga e importante carriera di Teatro, TV e Cinema.
«Certo, anche se è sempre un piacere ricevere un riconoscimento, proprio come quando si ricordano di te per strada anche a distanza di anni. Mi ha colpito recentemente un bambino che era insieme al suo papà, al quale mi ha indicato recitando le frasi di Così parlò Bellavista: “Dottò, questo è il terzo piano, quello di prima era il secondo. Quando parla Bellavista è cassazione!”. Il padre mi ha rivelato, data la giovanissima età, di avergli trasmesso la passione per i film di Luciano De Crescenzo: incredibile».
La forza di Luciano era proprio questa, quella di trasmettere il sapere degli antichi. A proposito del tempo, oggi si è dilatato, si è accorciato? Come lo vedrebbe De Crescenzo e come lo vede Benedetto Casillo?

«Il problema è che noi corriamo dietro al tempo quando andrebbe vissuto nella sua serenità, laddove possibile. Questa era la filosofia dei napoletani, che riuscivano a godere del poco, del niente, con mitezza, dote sempre più rara oggi tra gli uomini».
Sig. Casillo, siamo rimasti più uomini d’amore o di libertà?
«Noi in nome di una finta libertà pensiamo di poter dire tutto quello che vogliamo ma non è così. Dobbiamo stare attenti a non invadere la libertà degli altri, a non condizionare e a non offendere il pensiero altrui. In fin dei conti anche l’amore è il massimo della libertà».
Progetti futuri in cantiere? A cosa guarda Benedetto Casillo oggi?
«L’anno prossimo, se Dio vuole, dovrei compiere 60 anni di carriera e mi farebbe piacere raccontare la mia storia personale con uno spettacolo intitolato “Sognavo di fare il l’usciere”».
Come mai proprio l’usciere, signor Casillo?

«Mia madre faceva la lavandaia per strada e spesso lavorava esposta alle intemperie, stessa cosa per papà che era guardiano notturno e, vedendo i miei genitori in difficoltà, la prima cosa che sognavo da piccolo era un posto comodo, al sicuro, al tranquillo, all’asciutto. L’idea di stare in un luogo chiuso come un ufficio era consolatoria per me. Poi mi sono anche diplomato e ho frequentato dei corsi all’università, senza riuscire a prendere la laurea, mio più grande rammarico».
Nella conferenza Lei ha ricordato Renato Scarpa e accennato un aneddoto su di lui.
«Quando veniva a Napoli era solito andare da un prete al quale, più che raccontare e confessare, diceva: “Ti posso incontrare? Vorrei parlare un poco di Gesù”. Questa cosa mi ha molto colpito. Il sacerdote mi ha rivelato che, quando avevano finito, Renato andava via e lasciava sempre un assegno per qualcuno.
Un uomo mite e di una leggerezza unica. Spesso abbiamo delle idee un po’ strane sul mondo dello spettacolo eppure la beneficenza è una cosa così semplice, spontanea, da non ostentare. Davanti a una platea di giovani mi è sembrato bello narrare questi aneddoti. Perché il bene compiuto in silenzio, senza troppi manifesti, torna sempre indietro e fa bene. Renato mi perdonerà se non ho mantenuto il segreto di un confessionale».





