
Due decenni racchiudono un’intera era geologica se consideriamo la velocità del III Millennio. Dal 2006 a oggi la rivoluzione digitale ha preso il controllo totale delle nostre vite, tra smartphone pervasivi e lo spauracchio dell’intelligenza artificiale.
Eppure, nel flusso incessante della cultura pop, un punto di riferimento è rimasto intatto: l’immortale eredità de Il diavolo veste prada. La commedia brillante che rilanciò la carriera della 3 volte Premio Oscar Meryl Streep e consacrò il talento di Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, è tornata nelle sale con un secondo capitolo. L’operazione sulla carta spaventava i puristi ma ha limitato i danni.
IL RISCHIO DI UN SEQUEL COMMERCIALE DEL DIAVOLO VESTE PRADA
Toccare un classico quasi perfetto rappresenta da sempre il peccato originale dell’industria cinematografica e il timore di assistere a una mera operazione commerciale aleggiava tra gli appassionati ma, fortunatamente, la storica testata Runway ha resistito alla prova del tempo.
Il regista David Frankel firma un’opera godibile e solida, capace di intrattenere senza tradire lo spirito originario. Il ritorno di questa icona cinematografica ha dominato fin da subito il botteghino internazionale.
CITAZIONI D’AUTORE E NUOVI CODICI CULTURALI NEL DIAVOLO VESTE PRADA 2

Il film instaura un dialogo speculare con il suo predecessore sin dai titoli di testa. La cinepresa cattura lo skyline di New York e la condensa sullo specchio del bagno di Andrea, riproponendo quel montaggio alternato che 20 anni fa svelò la pellicola al mondo. Frankel si diverte con l’autocompiacimento e semina continui omaggi per i cinefili: le celebri cinture cerulee riappaiono in un mercatino a Central Park; la sfilata Spring Florals ironizza apertamente sui fiori a primavera, bollati un tempo come “avanguardia pura“.
BODY SHAME, POLITICALLY CORRECT E CANCEL CULTURE
Tuttavia, il contesto sociale accoglie i nuovi codici del III Millennio. La redazione si adegua alle istanze del politicamente corretto e della cancel culture. Miranda Priestly deve calibrare ogni parola durante le riunioni per evitare accuse di body shame mentre si relaziona con modelle e assistenti.
CRISI DELL’EDITORIA E TIRANNIA SEO NEL DIAVOLO VESTE PRADA 2

Il vero nucleo tematico che nobilita l’operazione è la lucida analisi della crisi del giornalismo moderno. Se nel 2006 l’editoria cartacea iniziava a scricchiolare, oggi la realtà mostra il tracollo totale e la povera Andrea Sachs subisce il dramma del precariato digitale.
Il film fotografa bene il nostro presente di redattori e copywriter: la tirannia degli insight e delle metriche web; la ricerca ossessiva delle visualizzazioni e del posizionamento SEO; la minaccia concreta dell’AI applicata ai contenuti.
Proprio un’inchiesta coraggiosa di Andy su un brand che sfrutta i lavoratori danneggia l’immagine della Elias Clarke, spingendo nuovamente la giovane reporter tra le grinfie d’argento della Priestly.
DALLA GRANDE MELA A MILANO
Se il primo tempo brilla per ritmo e attualità, la seconda parte rallenta leggermente la narrazione, spostando l’azione a Milano. Durante la settimana della moda meneghina, complotti e cospirazioni aziendali insidiano lo storico trono della direttrice.
Meryl Streep offre l’ennesima prova magistrale tra il Duomo, il Cenacolo di Leonardo, la Galleria Umberto e un confronto tutt’altro che pacifico con Lady Gaga. L’artista pop, premio Oscar per A Star is Born, è una guest star memorabile al pari della canzone Shape of a woman che canta durante il fashion show, colonna sonora dell’opera. La trama inserisce inoltre la miliardaria Lucy Liu nel ruolo di un perfetto MacGuffin hitchcockiano mentre il finale riserva una nota di insolita umanità: la ritrovata amicizia tra Andy ed Emily.





