“La Clemenza di Tito” di Wolfgang Amadeus Mozart inaugura la Stagione 2025-2026 del Teatro La Fenice con un nuovo allestimento di grande ambizione. La regia di Paul Curran, al suo primo confronto con il titolo, assicura una lettura limpida e rigorosa. Le scene e i costumi di Gary McCann, il light design di Fabio Barettin, creano un quadro sobrio e solenne. Sul podio, la presenza autorevole di Ivor Bolton guida orchestra e coro della Fenice con la consueta autorevolezza.

UN CAPOLAVORO RITROVATO
L’opera, presentata a Praga il 6 settembre 1791, segna il ritorno di Mozart al genere serio dopo l’Idomeneo. Nasce per l’incoronazione di Leopoldo II e affonda le radici nel testo metastasiano, rielaborato con finezza poetica da Caterino Mazzolà. È un titolo che intreccia politica e sentimento, potere e fragilità, in un equilibrio di rara eleganza.
Il racconto ruota attorno all’imperatore Tito, sovrano di Roma, che si salva per puro caso da un complotto ordito alle sue spalle. Dopo aver individuato i responsabili e averne decretato la punizione, Tito sorprende tutti compiendo un gesto di magnanimità estrema: concede il perdono ai colpevoli.
All’epoca, il dramma venne accolto con entusiasmo. L’Europa ne colse subito la forza morale. Vienna lo consacrò nel 1794; Londra lo volle come debutto mozartiano nel 1806. Oggi l’opera riemerge come specchio del nostro tempo, capace di parlare di “clemenza” con schiettezza di colpa, responsabilità e soprattutto perdono.
IL DIRETTORE D’ORCHESTRA
Ivor Bolton, interprete raffinato del repertorio settecentesco, affronta la partitura con gesto limpido. Ricerca trasparenza, equilibrio, naturale eloquenza. Il suo approccio privilegia l’essenzialità, evitando toni enfatici. Bolton valorizza i dialoghi interiori dei personaggi e sottolinea, con sensibilità, i contrasti emotivi che attraversano la vicenda.
Il direttore punta sulla nobile razionalità dell’opera. Esalta il respiro orchestrale, senza sacrificare la tensione drammatica. La sua lettura pare concepita per rivelare la modernità etica della vicenda imperiale, sottraendola a ogni retorica celebrativa.

IL CAST
Il Tito di Daniel Behle si annuncia autorevole. Il tenore dispone di timbro luminoso e dizione nitida. La sua interpretazione punta alla regalità quieta, più meditativa che declamatoria.
Vitellia trova in Anastasia Bartoli una voce ardente. La cantante unisce potenza e precisione. Il fraseggio è incisivo; la linea vocale, robusta. Può forse sacrificare qualche sfumatura, ma domina la scena con intensa determinazione.
Cecilia Molinari debutta come Sesto con mezzi duttili e un registro omogeneo. Il suo Sesto promette sensibilità e una buona tenuta tecnica. La morbidezza del timbro sostiene i passaggi più lirici.
Nicolò Balducci, all’esordio nel ruolo di Annio, offre un canto limpido, di elegante linearità. Francesca Aspromonte, alla sua prima Servilia, sfoggia vocalità luminosa e fraseggio morbido, con un’intonazione sempre controllata. Domenico Apollonio presta a Publio una voce salda, autorevole, adeguata alla gravitas del personaggio.
Cinque le recite veneziane, dal 20 al 30 novembre 2025. La prima è stata trasmessa da Rai Radio3. Un’inaugurazione che unisce rigore storico e sensibilità contemporanea e che restituisce alla Clemenza la sua nobile lezione: il potere più grande è il perdono.
