
Da amante delle sperimentazioni Steven Soderbergh ci ha abituato nel corso degli anni a film unici che ribaltano canoni consolidati. È il caso anche di Presence, uscito in sala a luglio 2025 in Italia, una ghost story ambientata tutta nelle pareti domestiche di una casa americana in cui trasloca una famigliola alla ricerca di tranquillità.
Ovviamente non la trova, causa una presenza – quella del titolo inglese – che però non ha cattive intenzioni nei confronti dei nuovi inquilini: funziona se mai da osservatore e quasi da angelo custode, almeno per la giovane Clohe Payne, figlia di Rebecca e Chris nel film (rispettivamente Lucy Liu e Chris Sullivan). Nomen omen, se Payne richiama il termine pain che va tradotto con dolore.
DOPO HERE, PRESENCE RIPROPONE IL GIRATO DOMESTICO

Dopo Robert Zemeckis che ha aperto il 2025 con Here, tutto girato in una sola stanza di una casa che attraversa secoli, millenni (e persino le ere geologiche in quel fazzoletto di terra nordamericana), il regista premio Oscar per Traffic nel 2001 ci offre con Presence un’esperienza visiva decisamente più estrema e interessante rispetto all’edulcorata reunion di Forrest Gump (Zemeckis, Tom Hanks e Robin Wright).
Presence è completamente girato in soggettiva grandangolare, col punto di vista del fantasma domestico per tutta la durata dell’opera, dalla prima inquadratura dalla finestra del piano superiore (che gioca un ruolo essenziale nella diegesi al pari dell’antico specchio del soggiorno), fino alla fine col drone che si innalza tra le nuvole, liberazione ideale dello spirito (e si intuisce anche chi possa essere).
RIMANDI AD ALTRE OPERE E CITAZIONI

I rimandi alle altre pellicole del genere sono potenti, in primis viene in mente The shining con i movimenti di macchina su steadycam per la casa (come accadeva nei corridoi dell’Overlook hotel del capolavoro horror di Kubrick).
Infatti proprio come in quella pellicola degli anni ’80 l’elemento soprannaturale confonde i piani temporali, sovrappone passato e presente, agisce a distanza di tempo o ripete certe azioni.
Jack Torrance che è sempre stato il custode dell’albergo, sempre lì, forse assorbito dai demoni della magione, probabilmente non è così dissimile dalla sorte toccata allo spettro che si agita per casa, che corre per le scale e si avvicina inquietantemente ai suoi abitanti, e che mette persino a soqquadro la stanza del figlio Tyler.
GRANDANGOLO E SOGGETTIVA
Le inquadrature sulla famiglia a tavola e dei vari angoli dell’abitazione potrebbero ricordare La zona di interesse di Glazer, composto però da riprese fisse e carrelli nella villa del comandante di Auschwitz. Presence è grandangolo e soggettiva, steady e ripresa a mano (Soderbergh firma, sotto pseudonimo, anche la direzione della fotografia, il montaggio e fa da operatore) e scardina gli stilemi del thriller soprannaturale classico con un fantasma che vede e ascolta tutto, muove le cose e si ritrae pudicamente in un armadio a muro davanti a una scena di sesso a letto, si nasconde tra i vestiti e dietro le grucce di una mensola che poi fa cadere come un bicchiere di aranciata.





