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Amleto annascunnuto, dal libro alla scena

Renato Aiello

Amleto annascunnuto
Amleto annascunnuto

Il IV e ultimo appuntamento della rassegna Teatro alla deriva al giardino, nella suggestiva cornice naturalistica del Giardino dell’orco, conferma la spinta e il rigore programmatico del direttore artistico Giovanni Meola.

La Compagnia Indipendente ha presentato in anteprima Amleto annascunnuto, operazione drammaturgica di notevole densità tratta da La traggedia de Amleto, prencepe de Danemarca. Il testo di partenza nasce dalla traduzione shakespeariana in lingua napoletana – a opera di Antonio Piccolo – pubblicata da Guida Editore.

La regia di Mario Autore — già candidato ai Nastri d’Argento 2021 per la sua interpretazione nel film I fratelli De Filippo di Sergio Rubini — ha selezionato con cura analitica solo alcuni segmenti dell’opera elisabettiana, “ricucendo” dai tagli una tessitura compattissima e del tutto autonoma.

Amleto annascunnuto
Amleto annascunnuto

Sul palcoscenico Autore ha condiviso la scena con Giuseppe Cerrone, Melissa Di Genova e Domenico Pinelli: i 4 interpreti hanno orchestrato una sfrenata sarabanda di personaggi, mascheramenti, doppie identità e discese negli abissi dell’animo umano, muovendosi con equilibrio lungo il sottile confine che separa la commedia viscerale dalla tragedia dirompente.

La riscrittura in lingua napoletana del capolavoro dona ad Amleto annascunnuto una musicalità viscerale, ritmica e ancestrale: l’immaginario partenopeo — impregnato del culto dei morti, di superstizioni, farsa e teatro di figura — si innesta così nell’architettura drammatica elisabettiana.

La regia rifiuta ogni realismo didascalico per abbracciare un allestimento essenziale e rigoroso e lo spazio scenico si trasforma in un territorio mentale e instabile, popolato da fantasmi e simulacri. L’opera dimostra come Amleto annascunnuto mantenga inalterata la propria carica eversiva quando risuona nelle sonorità dei dialetti storici.

Amleto annascunnuto
Amleto annascunnuto

Al termine della rappresentazione, abbiamo incontrato l’autore dell’adattamento, Antonio Piccolo, per una riflessione critico-analitica a caldo.

Com’è ritrovare la propria traduzione sul palcoscenico e quali emozioni suscita il debutto scenico di questo Amleto annascunnuto?

«Provo una gioia profonda. L’opera scritta conquista finalmente una vita autonoma sulla scena. L’esperienza assomiglia a quella di un genitore: cresci un figlio tra le pareti domestiche e poi lo osservi mentre intraprende la propria strada nel mondo. Risulta stimolante verificare quali percorsi e quali sfumature la regia riesca ad attivare. Il testo teatrale possiede per natura un’infinita ricchezza di declinazioni esecutive. Questa specifica rilettura scenica ha restituito poi una luce del tutto originale alla mia traduzione».

In quale contesto editoriale e temporale nasce questo lavoro di trasposizione in lingua napoletana?

Amleto annascunnuto
Amleto annascunnuto

«Ho redatto la stesura durante il primo lockdown del 2020. Il volume è uscito successivamente in edicola con il quotidiano La Repubblica e Guida Editori, iniziativa editoriale che coincideva con la ripubblicazione de La Tempesta nella storica traduzione di Eduardo De Filippo, introvabile da oltre 20 anni. La Fondazione De Filippo ha promosso il mio Amleto proprio per collocarlo nel solco di quella prestigiosa tradizione di riscrittura classica in dialetto».

Quali ostacoli sintattici, grammaticali e di senso comporta tradurre l’inglese elisabettiano in partenopeo?

«La sfida ha richiesto un impegno notevole, ma ha offerto anche grandissimo divertimento. L’attività di traduzione ha riempito in modo fertile un tempo altrimenti sospeso. I dialetti italiani vantano una cadenza e una musicalità intrinseca straordinarie, aderendo al blank verse di Shakespeare e al suo ritmo tambureggiante, meglio dell’italiano standard che mantiene invece una struttura più piana e uniforme. Le traduzioni italiane colte sono eccellenti, ma talvolta perdono quel passo incalzante tipico delle compagnie elisabettiane. Ho adottato un napoletano antico e astratto giacché la lingua napoletana possiede un’incredibile ricchezza lessicale per descrivere la materia, la decomposizione e la morte. In certi passaggi me ne sono persino servito per usare più sinonimi di quanti ne impiegasse lo stesso Shakespeare».

Ha recuperato vocaboli arcaici e termini ormai scomparsi dal parlato quotidiano per questa drammaturgia?

Amleto annascunnuto
Amleto annascunnuto

«Certamente. La mia rimane un’operazione letteraria, pertanto non desideravo legare il testo alla cronaca spicciola o al parlato di strada. Ho costruito un napoletano concettuale, una sorta di esperanto drammaturgico. Nessuno parla esattamente questa lingua nella vita quotidiana, si tratta di un idioma inventato per questa specifica, enigmatica e irreale Danimarca».

La prossima scommessa ritmico-linguistica potrebbe riguardare Omero con l’Iliade e l’Odissea o la tragedia greca dopo Amleto annascunnuto?

«Speriamo solo di non dover affrontare una nuova emergenza sanitaria per trovare il tempo di scriverla! Molti autori avranno tentato questa strada nei secoli scorsi, ma l’idea mi affascina. Le lingue dialettali e antiche conservano un sapore ancestrale indelebile. Quando ascolto Dario Fo raccontare storie in milanese o Andrea Camilleri in siciliano, avverto un suono che proviene da un non-luogo e da un non-tempo. La lingua napoletana usata sul palcoscenico possiede la medesima sacralità del greco antico».

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