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Alcesti: il mito greco riletto in chiave contemporanea

Anita B.Monti

Il legame ancestrale tra amore, morte e sacrificio torna a vibrare in uno scenario unico. Il Teatro Grande del Parco Archeologico di Pompei si prepara ad accogliere uno degli eventi centrali della stagione teatrale estiva. Nei giorni 3, 4 e 5 luglio 2026, alle ore 20, va in scena Alcesti di Euripide, con la regia e l’interpretazione di Filippo Dini.

La rappresentazione si inserisce nel cartellone della nona edizione di Pompeii Theatrum Mundi, la rassegna estiva del Teatro di Napoli-Teatro Nazionale diretta da Roberto Andò.

IL SACRIFICIO DI UNA DONNA TRA AMORE E FATO

Il testo di Euripide, rappresentato per la prima volta nel 438 a.C., affronta il nucleo centrale dell’esistenza umana. La trama ruota attorno alla figura di Admeto, re di Fere, a cui il dio Apollo concede la possibilità di sfuggire alla morte. La condizione posta dalla divinità richiede che un’altra persona accetti di morire al suo posto. Di fronte al rifiuto dei genitori e degli amici del sovrano, soltanto la moglie Alcesti sceglie di sacrificarsi per salvare il consorte.

Il dramma si sviluppa attraverso l’accettazione consapevole di questo destino da parte della donna. Successivamente alla sua scomparsa, l’arrivo dell’eroe Eracle modifica lo sviluppo della vicenda. Ignaro del lutto che ha colpito la casa del re, Eracle viene accolto con ospitalità. Una volta scoperta la verità sulla morte della regina, l’eroe decide di sfidare Thanatos, la personificazione della Morte, per strapparle la vittima e ricondurla nel mondo dei vivi. La donna fa così ritorno dall’Ade, avvolta in un velo, vincolata a un silenzio di tre giorni prima di riprendere pienamente la sua esistenza terrena.

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“Alcesti “a Pompei

IL CORAGGIO DI AFFRONTARE L’IGNOTO NELLA REGIA DI FILIPPO DINI

La lettura registica proposta da Filippo Dini restituisce l’opera antica attraverso una lente moderna, preservando la natura enigmatica del testo originale. Il regista evidenzia la complessità di un’opera che scardina i canoni tradizionali del genere. La narrazione si interrompe idealmente a metà della struttura classica con la scomparsa della protagonista, per poi riaprirsi a dinamiche differenti e quasi grottesche con l’ingresso di Eracle.

Al centro della visione teatrale emerge la figura di Ananke, la necessità fatale che governa le azioni degli uomini e degli dei. “L’opera rappresenta una riflessione sulla sacralità del vivere proprio attraverso il confronto diretto con la perdita”, dice il regista. La protagonista compie un viaggio oltre il limite della conoscenza umana, tornando dal regno dei morti radicalmente trasformata dall’esperienza dell’oscurità.

LE MUSICHE DI PAOLO FRESU E UN CAST DI ALTI PROFESSIONISTI

La dimensione sonora dello spettacolo è affidata alla creatività di Paolo Fresu, le cui composizioni accompagnano lo sviluppo drammatico dell’azione. Sul palcoscenico del Teatro Grande Pompei si muove un gruppo di interpreti composto da Deniz Ozdogan nel ruolo di Alcesti e Aldo Ottobrino in quello di Admeto. Accanto a loro agiscono Alessio Del Mastro (Apollo), Denis Fasolo (Eracle), Giulio Della Monica (Thanatos), Sandra Toffolatti (Ancella), Bruno Ricci (Servo) e lo stesso Filippo Dini nei panni di Ferete.

La struttura corale è diretta da Carlo Orlando. L’allestimento visivo si avvale delle scene disegnate da Gregorio Zurla, dei costumi realizzati da Alessio Rosati con l’assistenza di Giulia Giannino, dei movimenti curati da Alessio Maria Romano e del progetto luci firmato da Pasquale Mari.

L’EVOLUZIONE DEL FEMMINILE NELLA TRAGEDIA GRECA CONTEMPORANEA

L’allestimento si propone anche come una profonda analisi del ruolo della donna nel corso della storia. La figura della protagonista viene letta come il simbolo di una presa di possesso del proprio spazio nel mondo, guidata da una determinazione che supera le barriere della paura e del tempo. Il ritorno dall’Ade trasforma il personaggio in un elemento misterioso della letteratura teatrale, capace di stimolare interrogativi attuali sul valore della scelta e sulla capacità di superare l’orrore quotidiano.

(Nella scena Ottobrino (Admeto) fotografie di F. Centaro)

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