LEONE D’ARGENTO
Il riconoscimento ottenuto alla Biennale Teatro 2026 testimonia la forza di una ricerca artistica capace di parlare a pubblici molto diversi, superando confini geografici e culturali. La sua poetica si sviluppa attorno a temi universali come il lutto, l’assenza, il ricordo, le relazioni familiari e le tradizioni tramandate nel tempo. Attraverso immagini di intensa suggestione, Banushi trasforma frammenti di vita quotidiana in vere e proprie cerimonie collettive, nelle quali ogni spettatore può riconoscere qualcosa di sé.

LA TRILOGIA
Alla Biennale Teatro 2026 il regista presenta la trilogia “Romance Familiare”, composta dagli spettacoli “Ragada”, “Goodbye Lindita” e “Taverna Miresia”. Tre opere autonome ma profondamente connesse tra loro, che affrontano il tema della memoria familiare da prospettive differenti, componendo un grande racconto sull’eredità emotiva che attraversa le generazioni.
RAGADA
“Ragada”, il primo lavoro teatrale di Banushi, nasce durante il periodo della pandemia e segna l’inizio della sua ricerca artistica. Lo spettacolo esplora le crepe invisibili che attraversano le relazioni umane e familiari, evocando ferite interiori, separazioni e fragilità attraverso una drammaturgia costruita quasi esclusivamente per immagini.

GOODBYE LINDITA
Con “Goodbye Lindita”, presentato inizialmente al Teatro Nazionale di Grecia e successivamente accolto nei principali festival internazionali, il regista approfondisce il rapporto tra memoria e perdita. Il lavoro si concentra sul legame con le figure familiari e sulla persistenza del ricordo, restituendo emozioni profonde senza mai affidarsi alla parola. Il successo internazionale dello spettacolo ha consacrato Banushi come uno dei protagonisti emergenti del teatro europeo.
TAVERNA MIRESIA
Il percorso si completa con “Taverna Miresia”, opera che intreccia dimensione privata e memoria collettiva. In questo lavoro il luogo familiare diventa uno spazio simbolico in cui convivono passato e presente, realtà e sogno. La tavola, il cibo, i gesti condivisi e gli oggetti quotidiani assumono un valore rituale, trasformandosi in strumenti per interrogare il senso dell’appartenenza e della trasmissione della memoria.

La trilogia presentata alla Biennale Teatro 2026 offre dunque l’occasione di entrare in contatto con un linguaggio scenico raro e inconfondibile. Quello di Banushi è un teatro che rinuncia quasi completamente alla parola, affidandosi alla forza delle immagini, dei corpi, dei suoni e dei silenzi. Un teatro non di parole, ma straordinariamente ricco di significati, capace di comunicare emozioni profonde e di trasformare il ricordo personale in un’esperienza condivisa e universale.
(Le foto sono di Andrea Avezzù)





