Mythos Troina Festival 2026: il mito incontra il presente tra guerra, memoria e nuove drammaturgie, dal 3 luglio 2026 all’8 agosto. Dieci prime nazionali per l’esclusivo Festival diretto da Luigi Tabita e riconosciuto dal Ministero della Cultura con il patrocinio dell’INDA. Così si racconta l’attore siciliano ai nostri microfoni: “Il simbolo del Festival che abbiamo scelto è Artemide, una figura che incarna autonomia, forza e libertà, valori che attraversano l’intera programmazione”.
Direttore, quanto crede in questo Festival?
“Nel 2024 ho accettato la direzione del Mythos perché ho riconosciuto in questo progetto una visione che sento profondamente mia. Non si tratta soltanto di un Festival teatrale, ma di un’esperienza culturale che nasce in un territorio che ha scelto il riscatto attraverso la legalità, la partecipazione e la cultura”.
Perché Troina?
“Troina rappresenta una storia concreta di resistenza civile e credo che il teatro debba abitare proprio questi luoghi, contribuendo a generare consapevolezza. Da attore ho sempre vissuto il teatro come uno spazio di libertà. Da oltre dodici anni, attraverso il mio impegno civile e la direzione del “Giacinto Festival” dedicato ai diritti LGBTQIA+, porto avanti l’idea che la cultura non sia un elemento élitario della società, ma uno strumento necessario e capace di incidere nella realtà. Per questo ho scelto il Mythos. Perché il mito continua a parlarci di potere, giustizia, esclusione, identità e diritti.
Temi che appartengono al nostro presente quanto al mondo antico. Dirigere questo Festival significa per me costruire un luogo in cui l’eccellenza artistica e l’impegno civile possano dialogare senza separazioni, mettendo al centro le persone e le loro storie”.

Tabita, come sarà la nuova edizione?
“Il Mythos 2026 sarà un percorso intenso di quaranta giorni, con dieci prime nazionali e una struttura articolata in cinque sezioni che dialogano tra loro. Il cuore del progetto è rappresentato dagli spettacoli del Mythos Troina Festival, dedicati alle grandi produzioni e ai protagonisti della scena nazionale. Accanto a questi c’è Assoli, spazio dedicato alle nuove drammaturgie e alle forme più intime della narrazione teatrale.
C’è poi MythosLab, il progetto di alta formazione gratuita rivolto ad attrici e attori professionisti, e infine il programma degli eventi collaterali che anima il borgo con mostre, incontri, performance e attività culturali diffuse. Questa visione sta trovando un riconoscimento importante. Dallo scorso anno il Mythos è entrato tra i Festival riconosciuti dal Ministero della Cultura, un traguardo che premia il lavoro svolto in questi anni e che conferma il valore artistico e culturale di un progetto nato in un territorio periferico ma capace di dialogare con la scena nazionale”.
Qual è il filo rosso che lega il tutto?
“Questa edizione nasce da una domanda semplice e necessaria: ‘quali voci scegliamo di ascoltare oggi’? Abbiamo guardato al mito come a uno strumento per interrogare il presente e abbiamo scelto di attraversarlo seguendo soprattutto le figure femminili. Percorso già iniziato con la mia direzione nel 2024. Donne che per secoli sono state raccontate dagli altri e che oggi tornano a prendere parola. Elena, Penelope, Antigone, Andromaca e Polissena diventano così non soltanto personaggi della tradizione classica, ma presenze vive che ci aiutano a riflettere sulla guerra, sulla memoria, sulla libertà, sulla responsabilità individuale e collettiva.
Il femminile è il cuore di questa mia direzione perché rappresenta uno sguardo indispensabile sul mondo. Un punto di vista che storicamente è stato marginalizzato e che oggi sentiamo il dovere di valorizzare. Non è una scelta simbolica, ma culturale e civile. Del resto, il simbolo del festival che abbiamo scelto è Artemide. Questo filo rosso attraversa tutte le sezioni del festival. Lo ritroviamo negli spettacoli del cartellone principale con artiste straordinarie”.
Ci faccia qualche nome.
“Ester Pantano e Lunetta Savino nella sezione. Assoli, che ho voluto affidare interamente a tre registe della nuova generazione — Valeria Almerighi, Aurora Miriam Scala e Noemi Francesca —nei percorsi di OltreMythos; infatti, non a caso la chiusura è affidata a Leo Gullotta nel ruolo di Tiresia, figura che sintetizza perfettamente questa visione. Tiresia l’indovino che nella sua vita ha attraversato anche l’esperienza del femminile, rappresenta una conoscenza che va oltre l’identità di genere ed il pensiero univoco”.
Ci sveli gli eventi collaterali del festival.
“Per me gli eventi collaterali non sono un semplice accompagnamento alla programmazione teatrale, ma una parte fondamentale dell’identità del Mythos. Credo che un festival oggi debba essere un luogo di incontro tra linguaggi diversi, capace di coinvolgere pubblici differenti e di generare riflessione ben oltre il tempo dello spettacolo. Per questo abbiamo costruito un programma che affianca al teatro mostre, incontri, momenti di approfondimento, attività formative e progetti speciali. Tra questi – spiega Tabita – c’è la collaborazione con l’Università di Catania e di Enna e con l’associazione Athena, con cui portiamo avanti iniziative dedicate ai temi della parità, della prevenzione della violenza di genere e della cittadinanza attiva”.
Impegni futuri?
“Dopo il grandissimo successo dell’anno scorso per la prossima stagione girerò nuovamente con lo spettacolo “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde con Lucia Poli. È uno Spettacolo che mi diverto molto a fare e che ha un riscontro di pubblico eccezionale”.





