
In concorso al Festival di Venezia 2025, Queer di Luca Guadagnino fu l’occasione di rispolverare un vecchio tormentone su James Bond, complice la presenza tra i protagonisti del cast del suo film proprio dell’attuale agente di sua Maestà in carica nella saga, Daniel Craig.
“James Bond gay? Non sapremo mai nulla di certo dell’orientamento di Bond”, rispose ironicamente il regista italiano, al netto delle Bond girl che si sono succedute negli anni sul grande schermo accanto allo 007 più eterosessuale al mondo.
L’esatto contrario di Lee, il personaggio interpretato da Craig, omosessuale americano dolente e disperato che si aggira nella calda Città del Messico alla ricerca di incontri fortuiti e di bei ragazzi.
QUEER, DALL’OMONIMO ROMANZO DEL MAESTRO BURROUGHS

Tratto dall’omonimo romanzo di William S. Burroughs, Queer ha un ottimo primo tempo tutto giocato sulle atmosfere anni ’50, sui personaggi di contorno ben definiti e capaci di dare sapidità al racconto (il gay barbuto Jason Schwartzman ad esempio).
Si sente quasi il fumo, l’alito pesante d’alcol e il sudore che si appiccica sulla pelle degli interpreti, e avvince il corteggiamento sapiente e lento, coronato dal successo, di William Lee nei confronti del più giovane Eugene Allerton.
UN RITORNO ALLE ATMOSFERE DI CHIAMAMI COL TUO NOME
Ci sono tutte le coordinate perfette di una gay love story come Guadagnino sa ben dirigere, a cominciare dai titoli di testa che ricordano quelli di Chiamami col tuo nome, forse il suo unico vero capolavoro in carriera. All’epoca di Call me by your name poteva contare sul maestro James Ivory alla sceneggiatura, ma con Queer no e infatti la seconda parte sembra perdere mordente nella scrittura.
TOCCHI ED ECCESSI SURREALISTI IN QUEER

Il viaggio in Sudamerica di Lee con Eugene, alle prese con molti rapporti sessuali fisici – completi ed espliciti -, ma non con un rapporto d’amore vero ed autentico, a causa della freddezza e delle resistenze di Allerton, diventa una personale Odissea nello Spazio Tempo.
La ricerca della misteriosa radice liana Yagé dai poteri telepatici, capace di manipolare le menti e comunicare, trasforma la pellicola in una tela surrealista dalle visioni allucinate, lisergiche. La santona ricercatrice Lesley Manville, in un ruolo decisamente sopra le righe, mette del suo – e del pepe – a un secondo capitolo (l’opera è suddivisa in tre parti, epilogo compreso) che cambia registro e disorienta.
VISIONI E ALLUCINAZIONI LISERGICHE

Guadagnino, nella spinta al limite della storia, finisce per impoverire l’introspezione psicologica e l’approfondimento emotivo, e non sorprende l’esclusione dagli ultimi Oscar, persino per Daniel Craig, comunque bravissimo e coraggioso nei panni di un gay tossicodipendente emigrato, anzi auto-esiliato quasi dagli Stati Uniti degli anni ’50 in pieno Maccartismo, Lavender Scare e paranoia antisovietica.
Il cineasta italiano realizza un’opera ambiziosa nelle intenzioni, che però precipita al suolo proprio come il suo protagonista in una delle tante visioni amazzoniche. Il finale forse vuole citare l’anziano di A space Odyssey con Lee nel letto e con le luci psichedeliche, ma ha l’effetto di una camomilla.
